Toni Palma, dal campo alla panchina nell’epopea della palla ovale bellunese

Il “baffo” ha iniziato tardi, a diciassette anni, per poi affermarsi con la maglia del Belluno come mediano di mischia

Luca Maciga / BELLUNO

Uno dei padri del rugby bellunese. Così può essere definito Toni Palma. Mediano di mischia del Belluno dal 1973 al 1986, in quegli anni Palma visse l’escalation dei gialloblù dalla serie C alla A2. In realtà la A2 non l’ha giocata, però ha potuto vivere l’inizio dell’epopea dei neo-zelandesi.

Dalla stagione 1987-1988 inizia l’avventura come allenatore. In più riprese ha guidato le giovanili del Belluno e la prima squadra, oltre ad essere stato responsabile tecnico del mini-rugby. C’è stata poi un’esperienza in Alpago, dove è rimasto sei stagioni, tra squadra seniores, under 14 e femminile.

Poi l’esperienza di Conegliano, probabilmente la più importante dal punto di vista sportivo, visto che nell’ultimo campionato, dopo cinque anni, conquista la promozione in serie A. Dopo un ritorno a Belluno, durato quattordici stagioni, da quattro anni è in forza al Vittorio Veneto in qualità di direttore tecnico della franchigia “Boce 99”.

L’amore per la palla ovale sboccia tardi.

«L’inizio è stato un po’ tardivo, a 17 anni. Ho iniziato con la pallavolo poi, nel periodo passato in collegio a Vittorio Veneto, ho praticato nuoto ottenendo discreti risultati, dopodiché casualmente il mio amico Lamberto Davì mi invitò a giocare a rugby. Io ero un po’ restìo, perché lo ritenevo un ambiente particolare, però alla fine mi fece provare e mi appassionai. Erano i primi anni ’70 e, dopo un po’ di gavetta, nella stagione 1974-75 ho fatto qualche apparizione in prima squadra. Ho iniziato come terza linea con Gianfranco Da Rif, Celeste Bortoluzzi ed Ezio Veronese. Poi con il tecnico Piero Peron sono diventato secondo centro in coppia con Sante Piazza, mentre Adriano Bee giocava apertura. Quest’ultimo è diventato il nostro allenatore ed è lui che mi ha schierato mediano di mischia».

Nel periodo in cui lei ha giocato, hanno iniziato ad arrivare alcuni neo-zelandesi. Quali sono quelli che l’hanno impressionata di più?

«Il giocatore che ha lasciato un segno a Belluno è Iean Frew che contribuì maggiormente alla prima promozione in A2. Poi vanno ricordati Allan Mc Culloch e Jason Speedy, che però erano giovani e stavano facendo esperienza. Invece Frew, che aveva qualche anno d’esperienza in più, ha dato una maggiore maturità ed ha fatto fare un salto di qualità dal punto di vista della gestione della squadra. Poi è andato a giocare a Feltre e anche là ha brillato. Jason Speedy era talentuoso ma non aveva l’imprinting del condottiero, mentre Mc Culloch era genio e sregolatezza. Altri due giocatori che mi hanno impressionato, anche se non ho giocato insieme a loro perché sono arrivati in seguito: Nick Fitisemanu e John Preston, quest’ultimo un All Blacks. Tra tutti questi, quello con il quale mi sono trovato meglio è Mc Culloch, che era estroverso, intuitivo ed allo stesso tempo fuori dagli schemi».

Oltre ai neozelandesi c’erano anche i bellunesi. Fra questi quale era quello che spiccava maggiormente?

«Renzo Saronide è stato il giocatore bellunese più rappresentativo, ha dato una continuità ed un senso di quello che è il rugby in città. Lui era la colonna portante».

Poi inizia l’esperienza da allenatore e gli anni a Conegliano…

«A Conegliano sono stato sei stagioni e nell’ultimo anno ho ottenuto la promozione in A2. Posso dire che in quegli anni ho avuto delle grandi soddisfazioni ed in particolare ho avuto l’onore di allenare un certo Alessandro Moscardi, ex capitano della nazionale e della Benetton».

Nel 2007-08 torna ad allenare la prima squadra del Belluno?

«Purtroppo il Conegliano non si iscrisse al campionato di serie A e quindi tornai a Belluno. Ho allenato per qualche tempo le giovanili per poi tornare in prima squadra e sfiorare la promozione in serie B perdendo lo spareggio con il Pordenone. In questa partita venni anche criticato per la formazione schierata, tuttavia schierai i giocatori più in forma che avevo a disposizione».

C’è poi un episodio che lega lei e l’attuale allenatore Alessio Dal Pont in merito al dopo-partita dello spareggio con il Pordenone…

«In spogliatoio Alessio arrivò un po’ arrabbiato, dicendo che non avrebbe più giocato, buttando via tutto il suo abbigliamento da partita. Io lo raccolsi, tornai a Belluno, gli lavai tutto e feci un pacchetto. Andai a parlare con la società e la consigliai di affidare la squadra ad Alessio, che però non aveva il patentino. Così andai da lui, gli consegnai il “pacchetto abbigliamento” e lo invitai ad allenare, con il sottoscritto in veste di tutor. Nella stagione seguente collaborammo insieme e fummo promossi in serie B».

Facendo un punto della situazione attuale, come vede lei il rugby nel bellunese?

«La provincia di Belluno, dove c’è un livellamento verso il basso, meriterebbe molto di più con la tradizione rugbistica che ha. Ci sono tutte e tre le società in serie C e manca una vera e propria squadra di riferimento. Sono anni che si parla di fare delle fusioni e di collaborare insieme, ma non c’è una politica comune. La mancanza di cooperazione è dovuta sia al campanilismo, sia alla presenza di dirigenti che non sono lungimiranti e si accontentano di fare il proprio campionato di serie C. Per fare un esempio: io alleno a Vittorio Veneto un’under 14 che è una franchigia che comprende Vittorio Veneto, Oderzo, Pieve di Soligo e San Stino di Livenza, nella quale i ragazzi si allenano insieme nell’intento di migliorare la qualità cercando di costruire qualcosa insieme. Purtroppo a Belluno ci sono tre società e non si riesce a cooperare con un progetto, un’idea comune». —

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