Nilo Zandanel, indimenticabile saltatore

Il portabandiera dei giochi olimpici di Cortina nel 1956 premiato dallo Sci club Trichiana. «Per noi era un’avventura»
Di Elisa Di Benedetto

TRICHIANA. Cinquantasei anni dopo i Giochi olimpici invernali di Cortina, che lo videro portabandiera azzurro, il campione di salto con gli sci da trampolino Nilo Zandanel è stato protagonista della 14. edizione del premio “Gli indimenticabili”, promosso dallo Sci club Trichiana.

A lui, «simbolo di un’Italia in volo verso il futuro», il presidente dello sci club Stefano Oliveri ha consegnato il premio, fortemente voluto dal presidente onorario Ivo Costan.

Il premio è infatti nato nel 1998 per esprimere riconoscenza agli ex-atleti della provincia di Belluno che si sono distinti a livello nazionale e internazionale per i risultati ottenuti. Risultati entrati nella storia, ma presto dimenticati dai media italiani. «Per noi è un onore ospitare questo premio e i campioni veri, che han tenuto alto il valore sportivo e non l’aspetto economico della loro disciplina», ha sottolineato l’assessore allo sport Andrea Franco, dando il benvenuto al numeroso pubblico della manifestazione, presentata sabato pomeriggio da Silvano Cavallet e patrocinata da Coni-Comitato regionale Veneto, Fisi, Regione, Provincia Belluno Dolomiti, Comune di Trichiana, Cm Valbelluna, BimPiave e Popolare di Vicenza. L’iniziativa, riproposta dopo un anno di interruzione, ha offerto l’occasione di riscoprire il salto con gli sci, nato nei Paesi nordici come addestramento militare nella prima metà del 1800, e diventato famoso in Italia grazie ad atleti come Zandanel. I suoi successi e la sua esperienza sono affidati ai filmati e alle foto della stampa del tempo, proiettati nel corso della cerimonia di premiazione: dal primo posto in classifica ai campionati italiani del ’52, alle olimpiadi invernali di Cortina; dal record mondiale nella sua disciplina, stabilito nel 1964 con un salto di 144 metri, ai campionati del mondo a Oslo del ‘66. Ma ad emozionare e tenere con il fiato sospeso il pubblico della Sala San Felice, sono stati gli aneddoti che ha condiviso con i presenti. «Per noi era un’avventura», ha raccontato, ricordando cosa significava allora prepararsi alle olimpiadi. «Si partiva con Dino De Zordo con lo slittone. Dal ponte di Cibiana bisognava spingerlo fino al trenino e da lì si arrivava a Calalzo, per prendere il treno per Milano e poi l’aereo per gli Stati Uniti». Erano gli anni in cui non c’erano tute e occhiali e il 103 km/h al momento dello stacco si affrontavano «con un berretto, una maglia e un paio di pantaloni». Partecipare a gare e campionati diventava una vera impresa per quelli che Cavallet ha definito «emigranti dello sport»: «sono dovuto partire da solo: io, gli sci e la valigia, senza un preparatore, per arrivare in Finlandia, Norvegia, Stati Uniti».

Quella di Zandanel è anche la storia di una passione, nata da bambino, quando si cominciava «a sciare perché non c’era altro: era una tradizione, si andava a scuola e si saltava con gli sci e la sciolina si faceva con le resine», e l’unico modo per continuare a praticare lo sport per chi non aveva un lavoro era arruolarsi nella finanza o nella polizia. A Trichiana c’erano anche gli amici dello Sc di Cibiana, che allora contava circa 800 abitanti ed era rappresentata da ben 4 elementi sui 5 della squadra azzurra. Tra i «ricordi che non si possono cancellare», assieme alla coppa ricevuta dal generale Montgomery nel 1959, c’è anche «l’emozione di guardare in fondo dalla cima del trampolino: la gente da lassù era davvero piccolina». Momenti e sensazioni indimenticabili, come il valore sportivo e le vittorie di Nilo Zandanel.

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