Giovanni Knapp, 50 anni dall’impresa

BELLUNO. Il 21 maggio il Giro d'Italia sarà protagonista sulle strade bellunesi, con una delle tappe più attese, la Alpago - Corvara con partenza al lago di Santa Croce e tutti i passi dolomitici (Pordoi, Sella, Gardena, Campolongo, Giau e Valparola).
E quel giorno, alla partenza di Farra, ospite d'onore sarà Giovanni Knapp. Sì, perché proprio il 21 maggio di cinquant'anni fa, Knapp si impose nella Genova - Viareggio, una vittoria che rimane l'unico successo bellunese al Giro.

È passato mezzo secolo da quel 1966, da quella tappa di Knapp e da quel Giro che incoronò Gianni Motta. È passato mezzo secolo ma il ricordo, nei protagonisti e negli appassionati, è ancora vivo, vivissimo. Perché il ciclismo è sport nel quale la dimensione della storia, della tradizione, del ricordo appunto, riveste un ruolo fondamentale. Ecco dunque il ricordo di quella Genova - Viareggio, dalle parole del protagonista.
La bici nella scarpata «Era la quarta tappa di quel Giro e noi della Vittadello avevamo già vinto tre frazioni: la prima, da Montecarlo a Diano Marina, con Vito Taccone, la terza, da Diano Marina a Genova, con Severino Andreoli», spiega Knapp, classe 1943. Alla partenza da Genova, dunque, eravamo traquilli, senza particolari pressioni. E non avevamo fatto un piano. Pronti via e iniziano i saliscendi dell'entroterra ligure: io sto bene e provo a scattare. Il mio capitano, l'abbruzzese Taccone, non ci sta e si attacca ai miei pantaloncini per bloccarmi. Io non accetto imposizioni. Mi fermo e butto la bici giù nella scarpata. Il mio Giro e forse la mia carriera potevano finire là. A farmi ripartire fu il mio amico Ambrogio Portalupi (in quel 1966 vinse il Giro della Svizzera, ndr): raccolse la bici, mi rimise in bici e mi spinse per farmi rientrare».
Più forte della morsa Bianchi. «Una volta rientrato in gruppo, rimasi per parecchi chilometri in coda. Poi scattarono Roberto Poggiali e Antonio Bailetti, della Bianchi. Vinsi la mia apatia, uscii tutto solo dal gruppo e li inseguii. Li raggiunsi e nel finale dovetti neutralizzare gli scatti che prima l'uno poi l'altro facevano per farmi fuori. In prossimità dello Stadio dei Pini di Viareggio, Poggiali scatta forte e Bailetti si stacca. Io riprendo Poggiali e di slancio lo supero. Entro allo stadio in testa e questa è stata la mia fortuna: allora le piste erano in terra rossa e rmontare o scattare era diffciile. Ho mantenuto la mia traiettoria e sono riuscito a vincere. Come mia consuetudine, non alzai le mani. L'emozione fu grande. Soprattutto nelle ore che seguirono: tutti mi facevano i complimenti e io realizzai di aver fatto qualcosa di grande».
Ritratti di campioni La carriera da professionista di Knapp fu breve: l'ultima parte del 1965, il 1966 e parte del 1967. «Alla Vuelta di Spagna del 67 (allora si correva ad aprile, ndr) caddi e presi una brutta botta al ginocchio. La Vittadello mi lasciò solo, non mi convocò per il Giro e questa mancata convocazione non la digerii e preferii appendere la bici al chiodo».
Pur corrrendo poco tra i “grandi”, Giovanni ha avuto l'opportunità di pedalare a fianco di grandissimi campioni. Ecco una "pennellata" di Knapp per ognuno di loro.
Gianni Motta. «Una persona limpida, diretta. Lo stimavo moto». Jacques Anquetil. «Un signore, sia in gara sia fuori» Vittorio Adorni. «Un uomo di classe». Felice Gimondi. «Mi prendeva in giro perché portavo i capelli alla Beatles». Eddy Merckx. «Forte, fortissimo. Il più forte. Con lui ho corso la Sanremo, la prima che vinse». Vito Taccone: «Non sempre riconoscente con i propri gregari».
Il Giro 2016 «È un bel Giro», dice Knapp. «Ma il Giro è bello a prescindere. Mi hanno invitato a Farra per celebrare alla partenza di tappa i cinquant'anni dal successo di Viareggio. La cosa mi ha fatto enormemente piacere. Così come mi farebbe piacere che uno dei ragazzi bellunesi potesse finalmente eguagliarmi. Che bello sarebbe se lo facesse Davide Malacarne quest'anno! Ma andrebbe bene anche se fossero Alberto Cecchin o Alex Turrin negli anni a venire».
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