Chiara, l’orgoglio di essere stata la migliore e il cruccio «di un podio olimpico regalato»

Pieve di Cadore
È stata la prima pattinatrice italiana a vincere una Coppa del mondo (e poi ne ha vinte due), ha partecipato a tre Olimpiadi (sfiorando una medaglia), ha vinto un bronzo iridato (e sfiorato un record mondiale) e si è portata a casa qualche record e un sacco di titoli tricolori. È stata, insomma, tra la seconda metà degli anni Novanta e il primo decennio del Duemila, l’atleta di riferimento del pattinaggio italiano di velocità, pista lunga. Anzi la più grande atleta italiana di tutti i tempi. Una carriera di prim’ordine, quella di Chiara Simionato, cadorina di Pieve, carabiniere forestale, ora mamma di tre figli.
Una carriera importante che la soddisfa appieno, anche se un rammarico c’è, non è vero?
«Mi manca la medaglia ai Giochi di Torino 2006», dice Chiara, che alle Olimpiadi piemontesi conquistò il dodicesimo posto sui 1000 e il quintio sui 1500, «la medaglia era lì, bastava prenderla. Invece. . . nulla. Mi piace dire che a Torino sono stata altruista e il podio l’ho regalato alle mie avversarie».
Che cosa allora andò storto a Torino?
«Avevo la testa nel pallone. Fisicamente stavo benissimo ma avevo troppa pressione addosso: tutti, io compresa, davano per certa una medaglia. Invece la medaglia non arrivò. Certo, un quinto posto ai Giochi non si butta mai via, ma le attese erano ben altre. In ogni caso, di quell’evento ricordo con piacere l’affetto del pubblico e il calore dei volontari».
Ha partecipato ad altre due Olimpiadi, Salt Lake City 2002 e Vancouver 2010. Cosa ricorda?
«Salt Lake City è stata la più bella. Fu davvero una grande esperienza. Anche in questo caso fisicamente stavo benissimo e riuscii a fare cose che non avrei immaginato alla vigilia: sui mille arrivai decima, a pochi decimi dal podio. Pure l’atmosfera era qualcosa di speciale e coinvolgente: eravamo in molti al villaggio, venivano organizzate delle attività ludiche. A Vancouver la location era davvero bella e ho avuto la possibilità di vedere gare di altri sport come il salto con gli sci o le discipline nordiche».
Parliamo allora dei Mondiali...
«Senza dubbio la soddisfazione maggiore è stata la medaglia di bronzo conquistato ai mondali sprint (combinata di 500-1000-500-100 ndr) di Heerenveen – Olanda, nel 2006».
E poi le due Coppe del mondo, una bella soddisfazione no?
«Sì, entrambe sui mille, la mia specialità preferita. Una nel 2005 e una nel 2007. Sono stata la prima italiana a portare a casa la Coppa: anche questa è una bella soddisfazione. Nel 2006, l’anno di Torino, in Coppa arrivai seconda».
Ha stabilito dei record italiani che ancora oggi resistono.
«Sono ancora miei i record dei 500, dei mille e della combinata sprint. A proposito di record, un grande rammarico è quello di aver sfiorato quello mondiale sui mille, per appena 6 centesimi, in Coppa del mondo a Salt Lake City nella stagione 2004-2005. Con quel tempo, tra l’altro, avrei conquistato l’oro olimpico del 2002».
Tecnicamente dove peccava, se c’è qualcosa che l’ha sempre frenata un pochino?
«Probabilmente mi è mancata qualcosa nella reattività in fase di partenza».
Quali erano invece i suoi punti di forza?
«Mio punto di forza era certamente la tecnica. E anche la testa, sia in garae sia in allenamento. Credo di aver lavorato tanto e di aver superato i miei limiti. Non avevo doti fisiche eccelse, ero un’atleta normale che ha saputo fare buone cose grazie alla puntigliosità nel lavoro, nella ricerca di migliorare i dettagli tecnici».
Le manca l’agonismo?
«Sì mi manca. Amavo pattinare, gareggiare. Ma sono stata brava a smettere al momento giusto. Ad un certo punto era ora di chiudere un capitolo e di aprirne un altro».
Ha cominciato quest’anno una collaborazione con l’Unione sportiva ghiaccio Pieve di Cadore. Vede un futuro da allenatrice?
«Quest’anno ho dato una mano con i più piccoli e con la programmazione dei più grandi. Più avanti potrebbe esserci un coinvolgimento più ampio, sarebbe in realtà una sorta di ritorno naturale lì verso dove tutto cominciò».
Parliamo un po’ dei suoi inizi.
«Ho iniziato in quinta elementare, al vecchio stadio di Tai. Le prime gare sono state dei flop galattici: ma importante era il clima di divertimento e di amicizia. Ricordo che eravamo un bel gruppo di ragazzi noi del Pieve. Così come ricordo che erano tante le società bellunesi che operavano a Pieve e ad Auronzo, in Comelico e a Cortina, in Zoldo e in Agordino. Si trattava di una grande attività, che ora non c’è più. Credo che sia stato una grande perdita non aver più i Giochi della Gioventù: quella manifestazione costituiva una grande palestra, una grande occasione per far provare tanti sport ai ragazzi e magari trovare qualche bel talento. Per quanto riguarda il pattinaggio, alcuni impianti ci sono in provincia e spero che le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 possano essere un’occasione di rilancio per la nostra disciplina».
Come vede il pattinaggio di velocità italiano?
«A livello di vertice, lo short track sta facendo molto bene, soprattutto in ambito femminile. In pista lunga invece abbiamo un po’ di difficoltà; al momento solo Francesca Lollobrigida se la può giocare a certi livelli. Spero che le nuove generazioni vengano avanti». —
ilario tancon
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