Calcio. Da Lamon alla serie B, la storia di Daniele Bellotto
Partito dalla Feltrese, è stato anche protagonista di una grande scalata a Treviso. «Non sono andato in A solamente perché era scaduto il contratto»

«In serie A mi ha battuto solo Rafael Leao, durante Sassuolo - Milan del dicembre 2020. 6.67 secondi. In B invece nessuno è ancora riuscito a superarmi».
Per quasi vent’anni, il lamonese Daniele Bellotto si è portato al petto la spilla di un record: quello del gol più veloce realizzato nei campionati italiani, guardando a serie A e serie B. Era il 7 aprile 2002 e in Ancona - Salernitana ci mise 7.88 secondi per infilare la porta difesa da Alessio Scarpi, estremo difensore della formazione anconetana. In cadetteria, di recente ci è andato vicino Jacopo Segre del Palermo, nella sfida dello scorso gennaio contro lo Spezia: 11 secondi.

Allargando lo sguardo alla massima serie, invece, il talento portoghese gli ha scippato il primato superando gli 8.36 necessari a Paolo Poggi per portare avanti il Piacenza a Firenze nel 2001. Bellotto ripensa ancora a quella rete, mentre ci parla con lo sguardo rivolto al mare di Marina di Massa. Poco più in là, la città di Massa aveva accolto questo allora 22enne centrocampista nella prima esperienza lontano dal Veneto, nell’estate 1994, dopo il debutto con i grandi alla Feltrese e quattro stagioni tra Pievigina e Giorgione.
La Toscana è diventata casa sua.
«Sì, perché in quella circostanza conobbi Anna Rita, diventata poi moglie. Una volta terminato il girovagare calcistico, era pressoché inevitabile venire ad abitare qui».
È ancora nel calcio?
«No no, lo guardo ma… sono in pensione calcistica. Peraltro mio figlio Christian a livello sportivo si è dilettato in altro, visto che pratica il basket. Avevo allenato un po’ a livello giovanile, poi basta. Qui il movimento è un po’ in difficoltà: basti pensare che la Massese disputa l’Eccellenza».
Torniamo a quel gol.
«Se dovesse resistere, ad aprile 2027 saranno 25 anni. Niente di casuale peraltro, perché quell’azione in cui venni trovato dal filtrante di Giacomo Tedesco la provavamo spesso con mister Zdenek Zeman così da sorprendere gli avversari. A proposito, è un falso storico ritenere che lui volesse giocare tanto il pallone, anzi. Da precursore di un calcio che in Italia adesso vediamo attuato dal Como di Fabregas, voleva sì un gol più degli altri ma le azioni dovevano svilupparsi in modo veloce, partendo da un’aggressione forte volta a rubare il pallone e la quale innescava una serie di movimenti conseguenti. A livello fisico con lui lavoravamo tantissimo e se è vero che quando non eri in forma rischiavi le imbarcate, quando stavi bene gli altri non ti vedevano neppure».
A proposito di allenatori, con chi ha cominciato?
«Menziono Ivano Pegoraro, uno dei miei maestri quando giocavo da piccolo a Lamon. A proposito, lassù c’era anche Adriano Sommariva, il quale giocava con la prima squadra. Andavamo sempre a vedere le partite la domenica e lui era un idolo, in quanto incubo delle difese avversarie… e degli arbitri. Ti puntava e poi in area si guadagnava i rigori, tanto da avere una fama che lo precedeva. A 13 anni andai alla Feltrese, nonostante a livello di prima squadra la rivalità fosse forte, e qui devo menzionare mister Roberto Gelisio: mi fece esordire a 16 anni in Promozione, campionato 1988-1999. Incredibile, retrocedemmo nonostante uno squadrone: ricordo i gemelli Renato e Roberto D’Alberto, il portiere Bepi Primolan, Mario Andreina, il lamonese Cambruzzi, Dario Tollardo e il fortissimo Roberto Merlo che veniva da Montebelluna. L’anno successivo in panchina arrivò proprio Pegoraro e realizzai dieci reti, che mi valsero la chiamata della Pievigina in D».

Il primo salto di qualità e di categoria.
«Andai a 18 anni a Pieve di Soligo e non ero l’unico bellunese, perché in quella rosa trovavano posto anche lo stesso Tollardo, senza dubbio un gran attaccante, e il super portiere Enrico Sgrò. Ah sì, in una carriera con belle soddisfazioni qualche occasione mancata c’è stata. E quell’estate me la ricordo bene…».
Ci racconti.
«1993, ritiro estivo a Santo Stefano di Cadore con il Giorgione, al rientro disputiamo un’amichevole contro l’Udinese. Panchina il primo tempo, nella ripresa entro e faccio il diavolo a quattro. Mister Dino D’Alessi pochi giorni dopo mi preannunciò la volontà di comprarmi espressa da Adriano Fedele, allenatore dell’Udinese. Saltò tutto in quanto il presidente non volle vendermi, chiese troppo. E non è stata l’unica volta nella quale sono stato vicino all’Udinese…».
Cosa accadde?
«Estate successiva, nel 1994 prima di andare a Massa. L’Ancona in B mi fece fare il provino, allenava Attilio Perotti. Gran bella squadra, con Nicola Caccia di punta. Nel frattempo, mi stava cercando di nuovo la squadra friulana. Tornai a casa per il fine settimana e il procuratore mi disse che il lunedì avrei dovuto andare a firmare. A quel punto dissi di no all’Udinese e il lunedì andai ad Ancona, ma il momento della firma venne posticipato e il mercoledì saltò tutto definitivamente. Alla fine andai alla Massese dove l’allenatore era Aurelio Andreazzoli, ex tecnico anche della Roma peraltro nativo proprio di Massa».
A proposito di massima serie, ha giocato con il Treviso dal 2002 al 2005, vincendo la C1 e lasciando nell’estate che vide i biancocelesti ripescati in A.
«Era quasi come essere nella squadra di casa, essendo mia mamma di Montebelluna. In quegli anni ebbi come allenatori Marco Giampaolo e Giuseppe Pillon che avevo già avuto a Pistoia. Uscimmo ai playoff, ma ci furono l’ultimo posto d’ufficio del Genoa, la mancata iscrizione del Torino e il fallimento del Perugia, di conseguenza noi e l’Ascoli allenato proprio da Marco Giampaolo ottenemmo la promozione d’ufficio. Ma nessun rimpianto, avevo già quasi 34 anni e mi era scaduto il contratto».
Torna mai a casa?
«Non spesso, anzi è da quest’estate che non sono su. Ma quando posso cerco di esserci, anche perché a Cesiomaggiore vive mio fratello Stefano, preparatore atletico e a suo tempo velocista. Mi sento comunque spesso con Marco Bee, super amico di infanzia. Siamo stati compari di matrimonio e ho visto alcuni suoi allenamenti. Inoltre quest’anno ho seguito la Dolomiti Bellunesi, che ha tra i dirigenti Stefano Maset assieme al quale tante volte abbiamo giocato assieme. Ricordo comunque i miei ritorni a casa d’estate, quando ci furono momenti memorabili come al Torneo del Mis dove venne organizzata la partita con le all stars del calcio bellunese».
Bellotto e Max Allegri
La Toscana, per Daniele Bellotto, non è solo Marina di Massa dove vive o la Massese, di cui ha indossato con fierezza i colori a inizio e fine carriera. Dopo l’anno a Cittadella nel 1995-1996 e la straordinaria doppia promozione conquistata con la Ternana, portata dalla C2 alla B, va a Pistoia tra il 1999 e il 2001. Nella prima stagione il centrocampista classe 1971 di Lamon fu decisivo con un gol per conquistare la salvezza nello spareggio contro il Cesena. Tra gli allenatori, Andrea Agostinelli, Giuseppe Pillon, Domenico Caso e Walter Nicoletti, ma è scorrendo i nomi della rosa della seconda annata che spiccano alcuni personaggi di rilevo.
A centrocampo si apprestava a disputare una delle ultime annate della carriera da calciatore Massimiliano Allegri, di lì a breve pronto a cominciare il percorso da allenatore all’Aglianese. In difesa invece il giovane di belle speranze era il 19enne… futuro campione del mondo Andrea Barzagli. «Max me lo ricordo come un giocatore di rara intelligenza e tecnicamente fortissimo, sebbene ormai a fine carriera», racconta Bellotto. «La predisposizione al ruolo di mister era percepibile, sapeva già avere una visione particolare del gioco. Quanto ad Andrea, all’epoca non ancora ventenne ma fisicamente già con la prestanza che poi lo ha contraddistinto. Giocava centrocampista, poi venne spostato difensore».
Non gli unici giocatori comunque di talento, con i quali Bellotto ha condiviso lo spogliatoio. «Sempre nel 2000-2001 era alla Pistoiese anche Francesco Baiano. A Terni invece, dove venni allenato anche da un tecnico che mi diede molto come Gigi Del Neri, vidi da vicino il talento di Fabrizio Miccoli e l’attaccante Sandro Tovalieri».
Dopo le tre stagioni a Treviso dal 2002 al 2005, la carriera di Bellotto è proseguita tra Portogruaro, Pizzighettone, Sestri Levante e appunto Massese, ultima maglia indossata.
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