Agnese Possamai, una campionessa consacrata quasi per caso

LENTIAI. La mammina volante. La chiamavano così, perché all’epoca in cui gareggiava aveva un figlio piccolo e soprattutto perché in pista era un fulmine imprendibile: quando decideva di vincere non ce n’era più per nessuno. Ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni dal suo ritiro dalla scena agonistica, Agnese Possamai parla con fierezza della sua carriera, dimostrando ancora quel temperamento che l’ha consacrata e resa una delle più grandi atlete mezzofondiste della storia dell’atletica italiana, ricordando alcuni momenti con grande dolcezza.

Come è nata la tua passione per l’atletica? Come ricordi l’inizio della tua carriera?
«L’interesse ce l’ho avuto fin da ragazzina, a livello scolastico si vedeva già che avevo predisposizioni atletiche. La vera passione per le gare è arrivata però tardi, quando avevo ventiquattro anni: nel 1977 ho iniziato a partecipare a gare non competitive, tanto per passare diversamente la domenica. Ricordo che era l’anno del boom di quel tipo di corse. Fu in quel periodo che un ragazzo che si chiamava Domenico Tomasella mi notò e mi chiese se volevo partecipare alle gare del Csi: io acconsentii. Chiaramente non mi allenavo e non gareggiavo al di fuori della “corsa domenicale”. Per un anno quindi ho partecipato a questo tipo di gare non competitive. Nel 1978 c’è stato invece il mio vero debutto nell’atletica, quando ho vinto il mio primo campionato italiano di cross, a Treviso. Nello stesso anno avevo fatto anche una gara regionale di cross in un paese qui vicino Lentiai, non ricordo più quale: fatto sta che avevo vinto davanti a tutte le atlete della nazionale, delle campionesse 800 m e dei 1500 m. Da li è partita la mia carriera».
Ripercorrendo proprio la tua carriera, quale è stata la vittoria più bella ed emozionante, quella che ancora oggi ti emoziona di più nel raccontarla?
«Tutte le vittorie hanno avuto qualcosa di particolare, sia quelle di cross esia quelle di indoor, senza tralasciare tutte le altre disputate all’aperto. Io le gare più belle le ho fatte senza pensare di poterle vincere. Ricordo Grenoble, nel 1981, il primo campionato europeo indoor nei 1500 m: ero andata per sostituire Gabriella Dorio, che era malata, e alla fine ho vinto. È stato il mio primo trionfo a livello europeo. Ho poi vinto altri due campionati europei indoor: nel 1982 a Milano nei 3000 m e poi ancora ad Atene, nel 1985, sempre nei 3000 m. Mi piacevano in particolar modo le gare di cross, ma ai mondiali di categoria disputati a Madrid ero però arrivata quarta, così come a quelli di Roma. In quelli disputati nella capitale ricordo di essere rimasta in testa fino agli ultimi 150 m e poi sono stata infilata (e sta un attimo in silenzio, perché da grande sportiva quale è stata quel risultato le lascia ancora l’amaro in bocca, ndr). Lì chiaramente l’emozione di vederti in testa alla gara ha giocato un ruolo determinante. Nella gara dei 3000 m ai mondiali di Helsinki, in Finlandia, nel 1983, avevo ottenuto il sesto posto e nel contempo ero anche riuscita a stabilire il record italiano con 8’37’’96. Fu una gara bellissima: anche in quel caso ero partita senza aspettative e avevo fatto il mio riscaldamento in solitudine, senza pensare di dover fare chissà che. Le gare e le vittorie più belle arrivano così. Alle Olimpiadi di Los Angeles, nel 1984, quando sapevo che la preparazione atletica era stata perfetta e dove io mi sentivo bene fisicamente, l’emozione ha finito col tradirmi. Lì mi aspettavo un qualcosa, un risultato importante, così come se lo aspettavano tutti. E invece ho bucato. Avevo fatto una bella batteria ma, una volta giunta in finale, l’emozione ancora una volta mi ha fregato: ricordo che le gambe non mi reggevano più. Ci sono state poi tante altre gare belle, che mi hanno trasmesso emozioni. Aggiungo un particolare della gara dell’Europeo vinto ad Atene nel 1985, dove ho iniziato e terminato la gara sempre in testa: all’ultimo giro ho perfino salutato il pubblico, alzando la mano, in quel caso completamente sicura della vittoria. Lungo la mia carriera ci sono stati però dei momenti in cui la paura di vincere non mi ha fatto vincere. Non ricordo in che anno fosse, ma disputai una gara del campionato di corsa campestre a Roma dove stavo benissimo e dove c’erano le più forti: Gabriella Dorio, Margherita Gargano per citarne alcune. Ero partita in testa. Cinquanta metri di vantaggio. Mancava poco alla fine e io ero ancora li, davanti a tutte. Mi ero girata indietro e non so ancora cosa mi è preso, ma…ho iniziato a rallentare perdendo terreno e così anche la vittoria finale, concludendo terza».

Visto che hai citato Gabriella Dorio, un’altra grande atleta, come potresti descrivere la vostra rivalità?
«Siamo state amiche – rivali. Al di fuori di quello che era il momento della gara eravamo amiche e dormivamo nella stessa stanza e ci allenavamo anche insieme: io andavo a Bassano del Grappa dove abitava lei. Il nostro rapporto era amichevole, ma chiaramente poi in gara era un’altra cosa. Ci siamo trovate spesso assieme: ma lei faceva i 1500 m e gli 800 m e io i 3000 m, per cui alla fine erano poche le occasioni in cui ci si trovava contro; magari nei cross, dove io ho vinto sette titoli italiani e sono anche l’atleta che ha conquistato più titoli consecutivi in questa specialità. Ritengo di essere stata una buona crossista».
Ma non c’è solo il cross nel tuo passato...
«Ho partecipato anche a tre campionati italiani di corsa in montagna, contro fondiste come Manuela Di Centa e Maria Canins, e ho vinto anche con distacco. In salita partivo e basta. Non mi fermavo più».

Come è stato il tuo esordio in Nazionale? Per te cosa ha significato indossare la maglia azzurra?
«Il mio esordio è stato inaspettato. Ero partita con l’obbiettivo di fare almeno una presenza e invece alla fine sono state sessanta quelle complessive. In una carriera lunga quattordici anni ne ho trascorsi dieci in maglia azzurra: per me è stata una grande emozione rappresentare l’Italia e i bellunesi nel mondo».
Come vedi il momento dell’atletica in provincia?
«Su questo argomento non sono in grado di rispondere. Non seguo più tanto l’atletica, se non le gare più importanti come quelle delle grandi manifestazioni come le Olimpiadi e i mondiali. Ormai tutta questa gente mi è sconosciuta. E, non seguendo bene passo dopo passo quello che succede, non riesco neanche a conoscere gli atleti e a valutarne le capacità. Posso dire che il nostro, negli anni ’80, è stato un periodo d’oro del mezzofondo italiano: noi eravamo un bel gruppo ed eravamo forti. Mi sembra che oggi non ci sia questa grande forza in questa specialità. Forse bisogna lavorare di più già a livello scolastico».
Al giorno d’oggi chi vedresti bene come tua erede?
«Sono andata ad alcune manifestazioni ma non conosco bene nessuno. Sono tutti troppo giovani. Attualmente faccio la nonna a tempo pieno di una bambina di sedici mesi. Non saprei fare nessun nome. Può darsi che qualcuno di forte o di prospettiva ci sia anche nel mezzofondo. Faccio comunque i miei migliori auguri di buon successo a tutti gli atleti, dai più giovani a quelli più vecchi».
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