Il racconto del nuovo vescovo: una telefonata da Roma, «mi dissero: stia sereno»

PADOVA. Anche nella città del Santo hanno suonato, a mezzogiorno di ieri, le campane della cattedrale. Nello stesso istante il vescovo Claudio Cipolla dava il solenne annuncio nelle sale del palazzo vescovile.
Per dare il suo incoraggiamento al nuovo vescovo, Cipolla ha scelto un brano del cardinale Carlo Maria Martini, tratteggiando il profilo che dovrebbe avere un vescovo nella «net generation»: l’integrità, la lealtà, la pazienza e la misericordia, che è il tema dell’anno giubilare in corso.
«Dobbiamo garantire a don Renato tutto quello di cui ha bisogno, dalla preghiera alla disponibilità ad accompagnarlo in questo percorso», ha chiesto il vescovo Claudio a tutti gli organismi di comunione della diocesi, riuniti per ascoltare l’annuncio. Subito prima di fare recitare a tutti l’Ave Maria per chiedere la benedizione al nuovo vescovo.
«Sono ovviamente molto contento del riconoscimento del lavoro di un nostro prete», ha detto il vescovo di Padova a margine dell’incontro, mentre l’intera famiglia diocesana si stringeva attorno a Marangoni nella felicità dell’annuncio.
Ancora frastornato dalle «turbolenze di questi giorni» il nuovo vescovo ha fissato nella memoria i momenti della sua nomina. «Il 26 gennaio mentre ero nel corridoio del primo piano della curia di Padova sono stato raggiunto al cellulare da una telefonata della nunziatura apostolica» ha raccontato, «monsignor Adriano Bernardini mi ha chiesto se fossi in settimana bianca (detto con una risata, ndr). Poi mi ha chiesto di raggiungerlo a Roma il lunedì successivo. Immaginare di cosa si trattasse è stato quasi immediato. Il vescovo Claudio, in quella mattinata dai doppi e inquieti pensieri, mi ha chiamato e chiesto se avevo ricevuto una telefonata particolare. Così si sono sciolte un po’ le cose. Mi sono trovato come Zaccaria, “sì dalla fede impaurita ed esitante ma anche muto”», ha spiegato riferendosi al segreto cui è rimasto vincolato in tutti questi giorni, senza poter rivelare a nessuno della nomina, che nella Capitale gli è stata comunicata con piglio quasi “renziano”. «Davanti al nunzio mi sono trovato disarmato e senza appigli. Mi è stato detto: è stato già fatto tutto, stia sereno», ha raccontato.
Nel suo discorso don Marangoni ha voluto ringraziare la «grande famiglia» della Chiesa di Padova. Ma anche e soprattutto i giovani che ha incontrato nei suoi tanti anni di vicedirettore dell’istituto per la formazione del clero: «Mi hanno cambiato e insegnato tante cose» ha spiegato, «ma tutta l’esperienza nella diocesi di Padova è stata ricchissima, per sinodalità e per partecipazione. È una chiesa aperta a tutti, c’è un esercizio continuo di libertà in questa città».
Infine l’ultimo messaggio ai bellunesi: «Spero che mi accolgano come sono e con l’aspettativa che nutrono. Io declinerò quello che sono con le loro attese: c’è la voglia di un bell’incontro e tutto questo nell’autenticità di ciascuno di noi».
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