Il parricida di Lamon si è laureato e lavora al museo
Tredici anni fa Franco Faoro, prese la bottiglia di vino che era sul tavolo e la fracassò in testa al padre. Ora ha 55 anni ed è in libertà vigilata dal 13 dicembre 2008. Lavora come sorvegliante in un museo di Padova. Dietro le sbarre si è laureato

BELLUNO.
Era il giorno di Santo Stefano del 1997, 13 anni fa, quando uno sproporzionato rimprovero del padre per un pezzo di polenta caduto dal tagliere sul tavolo, scatenò la reazione omicida. Franco Faoro, all'epoca 42enne, prese la bottiglia di vino che era sul tavolo e la fracassò in testa al padre Adamo «Rino», 77 anni, ambulante in pensione di Piei, una frazione di Lamon. Fu un raptus di una persona mite, nella vita bersagliata dalla sfortuna, con alle spalle un difficile rapporto con la figura paterna, che in quel momento non riuscì a controllarsi. Faoro ora ha 55 anni ed è in libertà vigilata dal 13 dicembre del 2008. Lavora come sorvegliante in un museo di Padova. Se, come pare, non vi saranno intoppi, la sospirata libertà definitiva arriverà alla fine di quest'anno, su disposizione dei magistrati del tribunale di Sorveglianza, dopo aver passato nove anni dietro le sbarre, sette e mezzo dei quali in un carcere di massima sicurezza, il "Due Palazzi" di Padova.
Al telefono, appare come lo descrivono i suoi compaesani nelle cronache dell'epoca: una persona semplice e mite. Una persona che con dignità accetta di parlare del passato e della sua nuova vita. Ma prima si pone subito un problema: «Non è che la gente, leggendo l'articolo, pensa che abbia intascato soldi per fare quest'intervista?». Ex infermiere, costretto a lasciare il lavoro per una grave malattia, ora vive coi soldi di una pensione d'invalidità ed un "rimborso spese" di circa 200 euro mensili per fare il sorvegliante in un museo.
Signor Faoro, passare tanti anni dietro le sbarre di uno dei carceri più duri d'Italia non deve essere stato facile. Come deve essere stato ancor più difficile tornare a contatto della società civile, dopo tanti anni di galera. Com'è riuscito a far fronte a questo impatto?
«Con la forza che mi hanno dato alcune persone care: i miei famigliari ed alcuni miei compaesani che non mi hanno abbandonato quando potevano benissimo voltarmi le spalle. In questi anni di carcere duro, di momenti di sconforto ne ho avuti tanti. Eppure, ho trovato la forza per andare avanti. Ed ho semplicemente fatto una cosa».
Che cosa?
«Ho colto la mano di chi me l'ha tesa per aiutarmi».
In che senso?
«Far passare il tempo in galera è una cosa davvero frustrante. Soprattutto per chi, come me, ha subito condanne pesanti. Dopo aver trascorso 15 mesi dietro le sbarre del carcere di Trento, a pena definitiva mi hanno trasferito al "Due Palazzi" di Padova. Qui ho saputo cogliere le opportunità che mi sono state offerte da alcuni volontari che fanno gli insegnanti: ho avuto prima la possibilità di diplomarmi e poi di laurearmi».
Lei si è diplomato e laureato quando era rinchiuso al "Due Palazzi"?
«Già, nel 2005 mi sono diplomato al "Gramsci" di Padova come "perito commerciale" ossia ragioniere. Poi, il 16 marzo del 2009, ho conseguito la laurea triennale con indirizzo filosofico-letterario. Alla laurea erano anche presenti alcuni miei compaesani. La loro presenza mi ha fatto un enorme piacere».
Da dicembre del 2008, lei è in libertà vigilata.
«Sì, due anni di libertà vigilata. Se tutto va bene ed i giudici del tribunale di Sorveglianza di Padova riterranno che abbia compiuto il percorso di reintegro nella società civile, già a dicembre di quest'anno potrei essere libero senza più vincoli».
Cosa farà in tal caso? Tornerà nella sua Lamon?
«A Lamon ho i miei affetti e le mie radici. Ci tornerò per salutare da uomo libero chi non mi ha dimenticato in questi anni. Ma la mia nuova vita inizierà proprio a Padova. Qui ho avuto la possibilità di reinserirmi e qui spero di trovare un posto fisso. Attraverso il programma approvato dai giudici che mi hanno concesso la libertà vigilata ho trovato questo mestiere di sorvegliante in un museo. Mi piacerebbe continuare a farlo. Di sera, poi, ho un alloggio in una comunità gestita da preti, dove pago un affitto. Mi vergogno per quello che ho fatto, ma ora voglio giocarmi tutte le carte per ritornare a vivere».
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