L’hospice di Antonella: «Qui tante attenzioni. La morte mi coglierà viva»

Dall’aprile 2021 convive con un glioblastoma multiforme di quarto grado, una  malattia ad oggi senza cura e che concede solitamente un’aspettativa di vita molto breve: 15-18 mesi: «Ho accettato subito questa situazione e sono stati cinque anni bellissimi»

Ivan Ferigo
Un pranzo in hospice tra Antonella Fabbri e i parenti
Un pranzo in hospice tra Antonella Fabbri e i parenti

«Voglio che la morte mi colga viva». In questa frase emblematica c’è tutto lo spirito con cui Antonella Fabbri vive Casa Tua Due, dove da fine febbraio riceve le cure palliative.

L’hospice non solo come luogo di accompagnamento verso la morte ma, nella consapevolezza di una fine conosciuta e inevitabile, come spazio dove il tempo, le relazioni, le piccole abitudini, la normalità, la dignità acquistano un valore nuovo e più profondo. Antonella dall’aprile 2021 convive con un glioblastoma multiforme di quarto grado. Una malattia ad oggi senza cura, e che concede solitamente un’aspettativa di vita molto breve: 15-18 mesi.

«Ho accettato subito che il tumore mi avrebbe portato alla morte. Anche dopo essere entrata in hospice, ho scelto di vivere un’esistenza normale, fatta della mia quotidianità, con dignità e qualità», racconta, aprendoci le porte della sua vita a Casa Tua Due. «Qui la giornata è fatta di tante piccole attenzioni: la brioche della mattina alle 7, l’esser accompagnata fuori con il letto per fumare una sigaretta, una partita a carte. Persone che passano per aiutarmi a mangiare o farmi compagnia. La figlia di una mia amica che mi legge dei libri». E ancora «il pane fatto in casa, il kefir, le verdure da comprare e cucinare, le pizze, il sushi mangiato insieme a 14 persone, ascoltare la musica di Spiridione Della Lucia o Giorgio Fornasier».

Antonella vuole la quotidianità anche dove si sa già che non ci sarà uscita.E lo sintetizza così: «Io voglio la normalità».

Antonella vive l’hospice non come struttura dove semplicemente sopravvivere. Ma come luogo dove la persona torna davvero al centro e può continuare a mantenere affetti, sentimenti, interazioni con il mondo circostante. La cura che riceve è competenza, ma anche e soprattutto relazione.

«Qui dentro ho trovato un’umanità enorme», evidenzia. «Gli operatori sono tutti veramente amorevoli, dediti ad un lavoro che non puoi fare se non hai predisposizione verso l’altro. Uno spirito che è difficile incontrare in qualunque altro posto. Pur nel rispetto della professionalità, è estremamente piacevole ricevere carezze, baci, abbracci, saluti prima delle ferie».

Gesti concreti d’affetto dalle stesse mani che somministrano medicine, lavano, cambiano, imboccano. «Sono tutti molto presenti, ad ogni richiesta accorrono. Per fronteggiare qualunque necessità, o semplicemente per portare conforto. Perché sì, ci sono momenti in cui lo sconforto prende, ma non è paura. Come dico sempre, non ho paura di morire: so benissimo qual è il percorso; non la aspetto con gioia, ma allo stesso tempo questo modo di pensare mi aiuta moltissimo».

Un concetto che Antonella rafforza con queste parole: «Voglio che la morte mi colga viva. Voglio rimanere qui fino all’ultimo respiro: sono curiosa di capire se sarò capace di percepire il momento del “grande salto”. Quello in cui tutti i miei pensieri si convoglieranno nell’andare nel mio altrove». Anche per questo ha raccontato la sua esperienza con il tumore nel diario “Di testa mia”.

«Mi hanno detto che parola e scrittura sono buone vie di fuga per non scomparire prima del previsto. E da fine febbraio ho riaperto il computer per raccontare questo nuovo passaggio, che diventerà un secondo libro. Sempre dettato dalla necessità di dare testimonianza. Innanzitutto, far capire alle mie figlie chi sono. Valori, ideali, principi con cui sono cresciuta».

Antonella sa che la fine arriverà. Ma vuole arrivarci viva. «A tutti dico sempre di non piangere: non ha senso. “Sappiamo benissimo cosa succederà; ma non è nel pianto che ritroverete la vostra forza”. Sono stati comunque cinque anni e mezzo per me intensissimi, bellissimi. Al mio glioblastoma ogni mattina dico grazie: non lo avessi avuto, non avrei fatto niente di tutto ciò. Mi ha lasciato spazi grandissimi per muovermi esattamente come avrei voluto fare. Comunque vada, sarà un successo. Ogni vita lo è, se la sai gestire e soprattutto se la accetti per quel che dà, onorandola e mostrandole gratitudine ogni giorno».

La vita di Antonella a Casa Tua Due esprime la necessità di valorizzare e potenziare ulteriormente strutture che sono un vero atto di civiltà. Perché quando la guarigione non è più possibile, resta moltissimo da curare. La dignità, le relazioni, le abitudini, la possibilità di scegliere come vivere il proprio tempo. «Fino all’ultimo respiro».

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