“Pradelle”, quando sui prati del Cadore arrivavano tutti i migliori del mondo

Ilario Tancon / Lozzo di Cadore
Fino a una ventina di anni fa, in questo periodo dell’anno, a correre in Cadore c’era il mondo.
Sì, perché a inizio primavera si svolgeva il “Cross Pradelle”, una manifestazione che vedeva darsi battaglia atleti che arrivavano da ogni dove: italiani e inglesi, kenyani e australiani.
Tanti sono i nomi che hanno impreziosito il Pradelle: solo per dare un’idea, il kenyano Moses Tanui, cinque volte campione mondiale di cross ma anche iridato sui 10 mila e in mezza maratona, il portoghese Fernando Mamede, recordman mondiale sui 10 mila nel 1994, il veronese Gelindo Bordin, oro in maratona ai Giochi di Seul 1988. Al Pradelle, insomma, gara che veniva dopo i Mondiale di cross e che di fatto chiudeva la stagione dedicata alla corsa campestre, c’erano tutti e Lozzo prima, dove si sono svolte le prime edizioni, Domegge e Laggio poi, diventavano per un fine settimana la capitale mondiale delle corse sui prati.
Una piccola rassegna iridata, il Pradelle, nella quale si confrontavano anche gli specialisti della corsa in montagna, da Dino Tadello a Lucio Fregona, e gli interpreti dello sci di fondo, un nome su tutti quello di Maurilio De Zolt.
Inventore del Pradelle è stato Cirillo Grandelis, marmista di Lozzo con una grande passione per corsa. Organizzatore infaticabile ed entusiasta, Grandelis ha fatto cose che all’epoca, stiamo parlando dei primi anni Ottanta, erano impensabili.
Un’epoca, quella, in cui non c’erano i manager e i campioni li potevi portare alla tua corsa magari offrendo loro polenta e … qualche cosa, al termine di un grande evento come il Campaccio o la Cinque Mulini.
Il Pradelle, in realtà, è nato proprio a tavola. Lo racconta lo stesso Grandelis che, ci piace sottolineare, ha dato vita alla sua creatura nel 1981, quando aveva appena ventotto anni.
«Sì, il Pradelle è stato ideato un giorno del 1980, a Calalzo, davanti a un piatto di polenta e baccalà», racconta l’organizzatore cadorino. «Ero con Serafino Barp, leader del Centro sportivo italiano di Belluno, e ho scommesso con lui che avrei organizzato un cross a Lozzo, portando a correre Venenzio Ortis. Lui mi rispose che era impossibile».
Invece in quel 1981, il carnico che tre anni prima aveva vinto l’oro sui 5 mila e l’argento sui 10 mila agli Europei di Praga, a Lozzo c’era.
«Sì, la mia scommessa era vinta. Il cross si fece, sotto l’egida del Csi, e Ortis venne». Fu l’inizio di una grande avventura. «Sono stati anni bellissimi, anni nei quali lavoravo tanto e mi divertivo altrettanto con il Pradelle».
Ma come faceva a portare il mondo in Cadore?
«C’è da dire che all’epoca l’economia, in particolare quella legata all’occhiale, viaggiava forte e trovare aziende disposte a sponsorizzare gli eventi non era così difficile come lo sarebbe diventato più tardi. Cosa fondamentale, comunque, era il fatto che organizzare mi piaceva, mi divertivo. Dopo aver vinto la scommessa Ortis, ho portato al Pradelle Gelindo Bordin. Poi ho cominciato a frequentare i cross italiani, dalla 5 Mulini al Campaccio, facendo conoscenze nuove e facendo gareggiare a Lozzo australiani e inglesi, kenyani e neozelandesi».
A quel tempo, in assenza di internet e telefonini, come si faceva a intrecciare e mantenere i contatti?
«Le racconto un episodio. Nel 1984 siamo riusciti a portare al Pradelle il portoghese Fernando Mamede. Il portoghese non lo sapevamo e per contattarlo, chiamando in Algarve, andavamo a Pelos dove c’era un uomo che parlava un po’ di spagnolo, naturalmente con accento di Pelos. Alla fine Mamede è arrivato ed è stato da noi una settimana. Una sera siamo andati a mangiare polenta e cervo ad Auronzo e io gli ho detto: “Vedrai che con un piatto così fai il record del mondo”. A luglio, in un meeting a Stoccolma, Mamede stabilì il nuovo record mondiale dei 10 mila, 27’13” 81».
C’è un campione passato per il Pradelle al quale è particolarmente affezionato?
«Un altro atleta portoghese, Ezequiel Canario. Ci sentiamo ancora adesso».
Quale edizione ricorda con più piacere?
«La prima: c’era tutto il paese a vedere la gara».
Se dovesse scegliere un aggettivo per dipingere la sua gara?
«La nostra era la gara più bella: quando fai una cosa in mezzo alle Dolomiti non c’è n’è per nessuno».
Dopo Lozzo, il Pradelle si spostò a Domegge e Vigo. Poi, perché chiuse i battenti?
«Come ho ricordato prima, all’inizio degli anni Ottanta era più facile trovare risorse finanziarie. Pensi che un’edizione la Rai addirittura pagò per esserci, cosa che adesso non è neanche immaginabile. Col passare del tempo la disponibilità economica delle aziende è venuta scemando, io non mi divertivo più come prima e mi sono trovato anche solo nell’organizzazione. A quel punto, meglio mollare».
Il suo nome è legato anche all’Atletica Interlozzo.
«Abbiamo fatto correre decine di giovani, organizzando anche cinque prove di campionato italiano di corsa in montagna e togliendoci belle soddisfazioni».
Un sogno?
«Quello di veder correre mia nipote. Una cosa è sicura: andrà sicuramente più forte del nonno. Del resto io non andavo neanche a spingermi». —
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