Patrick Bernardi cerca il sostituto di Signor «Il navigatore? Importante come il pilota»

Il cesiolino racconta più di dieci anni di gare, in cui ha raccolto molti successi. «Il più bello il campionato italiano Wrc»

CESIOMAGGIORE

Ha vinto parecchio Patrick Bernardi, divertendosi altrettanto. Quasi dieci anni vissuti da navigatore del fortissimo pilota trevigiano Marco Signor, condividendo assieme risultati di assoluto prestigio. Notevole ad esempio, nel 2016, la conquista del campionato italiano Wrc e del titolo Rally Cup 2019.

Di recente le loro strade si sono divise per scelte professionali differenti, poi il Coronavirus si è messo in mezzo interrompendo la stagione ancor prima del via. Così abbiamo approfittato per fare due parole con questo «giovane vecchiotto pieno di energie» (cit. sua) 36enne di Cesiomaggiore. Determinato e carico nel tornare presto a sfrecciare in tutta Italia.

Patrick, la passione per i motori quando nasce?

«Credo sia qualcosa di innato. D’altronde mio papà Rinaldo e mia mamma Daniela facevano parte del nel mondo delle corse da tempo. Anzi, credo mi portassero già da neonato alle gare… Vedendo dove sono ora, mi deve essere proprio piaciuto da subito».

Ma la tua prima gara da pilota?

«2006, se non ricordo male. Quindi avevo 22 anni. Mica male come debutto, in una delle gare più importanti in provincia e non solo: la Pedavena – Croce d’Aune. Guidavo una piccola Peugeot 106 di classe N2».

Andò bene?

«Direi proprio di sì. Chiusi molto bene nella graduatoria di classe e, soprattutto, secondo assoluto tra gli under 25. Sai una cosa? Dicono che un buon navigatore dovrebbe essere un altrettanto bravo pilota. Mi piacerebbe quasi quasi tornare protagonista al volante, in futuro».

Ormai però sei conosciuto come navigatore.

«Lì iniziai addirittura prima, nel rally del Monte Avena del 2004. Debuttai assieme ad un amico, Ales Menegol. Anche qui eravamo su una Peugeot 106. Non andò altrettanto alla grande, dovemmo ritirarci alla penultima prova e fu una bella delusione. Eppure la cosa non lasciò segno nel morale, anzi. Forse tirò fuori dal sottoscritto ancor più tenacia. Così, nel 2010, debuttai ad alto livello».

Di solito i giovani vogliono guidare. Invece fin da subito tu hai dimostrato di appassionarti a questo ruolo forse più in ombra, ma altrettanto fondamentale se si vuole arrivare al traguardo.

«A proposito di strade, la mia come navigatore è stata lunga, molto lunga. Frequentai diversi corsi, senza tralasciare nulla. In un certo senso rappresentò pure un sacrificio decidere di non correre, eppure sentivo il feeling con il ruolo. Apprendevo parecchie nozioni dai miei amici».

Quanto conta il navigatore in un risultato sportivo?

«Direi che ci si equivale con il pilota. Un 50 e 50, dunque. D’altronde le conoscenze diventano basilari nel preparare la trasferta nel suo complesso, la gara e tutto il necessario. Più in generale, anche se non sembra, il navigatore ha in mano sia la competizione e sia la vita di due persone. Dunque scandisce i tempi della corsa, legge le note con le descrizioni delle curve dettate dal pilota nei giorni delle ricognizioni e così via. Non a caso il mio motto è: insieme si vince».

E il rapporto con l’amico – collega – compagno di squadra?

«Primario diventa gestire e controllare le situazione e lo stress, entrando nella testa del pilota per spronarlo quando serve e frenarlo se sta esagerando con la spinta sull’acceleratore».

Tu e Marco Signor, sino alla scorsa stagione, siete stati l’incubo dei vostri avversari. In alcune gare i dubbi di classifica iniziavano dal secondo posto in poi...

«Lo conobbi nel 2010, ero ricognitore dove correva. Piccola parentesi, il ricognitore lavora per l’equipaggio passando lungo il tracciato prima dei concorrenti, in modo da verificare le condizioni della strada e correggere le note. Tornando a Marco, da subito abbiamo instaurato un bel rapporto con lui e la sua famiglia. Prima di essere colleghi ci unisce una grande amicizia. Solo così cresci e vinci. L’esserci divisi alcuni mesi fa è dipeso da una sua decisione di partecipare ad un campionato diverso. Sarei rimasto con lui, ma per il mio lavoro non posso proprio andare via sei settimane. Il Coronavirus ha però rimescolato le carte, quindi alla ripartenza delle corse vedremo».

Il tuo successo più bello?

«La conquista dopo anni di tentativi il campionato italiano Wrc assieme a Marco Signor nel 2016. Qualcosa di unico e indescrivibile. Nel cuore porto poi il trofeo Loris Roggia, senza scordare le numerose affermazioni assolute conquistate su e giù per l’Italia. A proposito, la prima vittoria assoluta in carriera fu al Rally Prealpi Trevigiane nel 2011».

Nello sport serve convivere anche con le delusioni.

«Per la più cocente non occorre neppure andare troppo indietro: San Martino di Castrozza dello scorso anno. Ti stai giocando il campionato e invece devi ritirarti alla prima prova… Non è facilissimo riprenderti da una mazzata così, lo ammetto. Fortunatamente sono abituato a darmi carica con i risultati negativi».

Il Coronavirus rischia di far perdere gran parte del 2020 anche nel mondo dei rally.

«Mettendo in ginocchio molte persone, aggiungo io. Dai partecipanti come me agli organizzatori, passando per chi noleggia. Nel caso delle gare in provincia, spesso gestite da miei amici, spero proprio possano essere recuperate nei prossimi mesi: se lo meritano».

Fuori dall’abitacolo, quali altri sport ti piacciono?

«Resto nel mondo dei motori: Formula Uno e Moto Gp. Ogni tanto pratico il trial. Non so stare senza i motori». —

Gianluca Da Poian

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