Max, l’italiano che ha sfidato i big della 500 miglia «
Là, dove la passione per le corse si può ancora toccare con mano. Là, dove il pilota conta più della macchina. Là, negli Stati Uniti c’è un italiano che si è ritagliato un ruolo di primo piano. Massimiliano Papis (nella foto) – Max per tutti – nato a Como 45 anni fa, dopo aver assaggiato la Formula 1 da ragazzo, ha deciso di stabilirsi Oltreoceano (lo si può seguire su twitter @maxpapis e Facebook: maxpapisracing).
«Ma io sono italianissimo, al 100%, e così sono visto dagli americani – premette – anzi, mi sento portabandiera dell’Italia in questo mondo. Prima c’era anche Alex Zanardi, che per me è come un fratello, ma lui è sempre rimasto molto attaccato al modo di vedere le corse europeo. Io sono l’unico che ha proseguito completamente la carriera negli Stati Uniti». Da ormai oltre dieci anni vive lì in pianta stabile. Nessuno dunque meglio di lui per raccontare la Nascar, il campionato a ruote coperte più famoso e competitivo made in Usa, pronto a vivere la 500 miglia di Daytona. Sull’International Speedway domenica si corre la prima gara della stagione, la più importante, quella con il montepremi più alto: al vincitore nel 2014 fruttò 1,5 milioni di dollari. Il Super Bowl delle gare automobilistiche.
«Finalmente qualcuno che si è accorto delle gare americane, la Formula 1 ha rotto...»
Lei come ha iniziato a correre negli Usa?
«Sono arrivato in America da sconosciuto, dopo che il mio sogno in Formula 1 era stato calpestato dal proprietario del team per cui avevo corso (la Footwork con cui disputò sette Gp nel 1995, ndr). Negli Stati Uniti ho cominciato con le gare prototipi, considerata una categoria per “pensionati”, che richiama grandi nomi, allora c’era anche Michele Alboreto. Era il 1996 e ho vinto subito tanto. A fine anno arrivò la telefonata della Toyota Indicar per invitarmi a provare la loro vettura».
Lei sfruttò appieno la chance ed è arrivato fino alla Nascar, il top in America... Qual è il successo cui è rimasto più legato?
«Sì, la Sprint Cup Series Nascar è per i piloti quello che per i calciatori è la serie A e sono orgoglioso per quello che sono riuscito a fare. Negli ultimi anni sono stato l’unico italiano dopo Mario Andretti a parteciparvi e con 85 partenze sono l’europeo che ha corso di più nella categoria. È un onore perché si tratta del secondo sport negli Stati Uniti, dietro solo al football. Il successo a me più caro però è stato alla 24 ore di Daytona. Quella pista per me è speciale. Ho debuttato lì nel ’96, poi nel 2002 ho trionfato nella 24 ore su una Dallara. Emozione unica per un italiano. Nel 2005 il bis. Inoltre sono stato il primo italiano nella storia a correre la 500 miglia di Daytona. Ecco perché ci sono affezionato. Quando coi miei due figli entro nel tunnel che porta all’ovale e vedo il nome della nostra famiglia sulla targa... beh, è un brivido fortissimo».
A proposito di brividi, le corse americane riescono a darne ancora parecchi.
«È vero, perché le gare automobilistiche qui sono ancora uno sport. Il lato sportivo è ancora importantissimo. Gli americani sanno che esiste anche la Formula 1 ma non la “sentono”. Se Fernando Alonso va a Disney World passa inosservato. Se ci va Jeff Gordon il parco si ferma, come se Maradona facesse una passeggiata in centro a Napoli».
A cosa crede sia dovuto?
«L’auto nella vita di un americano è fondamentale. Non solo come mezzo di trasporto. È passione, divertimento. E così sono le corse. In Europa si è perso questo lato. Ha preso il sopravvento il business. La Formula 1 è diventata noiosa più che altro perché si è allontanata dalla gente. Questo nonostante negli ultimi dieci anni siano emersi campioni come Sebastian Vettel e Alonso che avrebbero tanto da dire per personalità e carisma. Qui è diverso. Chi compra il biglietto con 80 dollari può avventurarsi accanto alle auto, vederle da vicino. Scrutare i suoi idoli. I piloti devono firmare autografi per un’ora in ogni weekend di competizioni e se non lo fanno partono ultimi. Stessa penalità se ritardano al briefing pregara aperto a tutti. Forse nemmeno io mi sarei appassionato se a 11-12 anni non avessi potuto saltare su e giù per Monza vedendo i piloti con la tuta allacciata in vita. La gente in Europa si è stancata di spendere 400 euro per vedere le vetture sfrecciare pochi attimi davanti alle tribune, forse lo fanno ancora solo i 50enni che si sono appassionati ai miei tempi. Poi c’è il fattore auto, in Nascar hanno sembianze stradali nonostante gli 850 cavalli, e il tifoso che vede la corsa a Daytona quando torna nel parcheggio davanti alla sua Chevrolet SS si immedesima».
Correre e seguire una gara negli ovali cosa significa?
«Guidarci vuol dire sopportare 35-40 gradi nell’abitacolo, subire 4G di accelerazione ogni 16 secondi, perdere 3,5-4 chilogrammi di peso a gara e vivere tra i sei e i 12 pit stop. Una fatica cui bisogna adattarsi e che varia da pista a pista. Martinsville, molto corto, e Daytona ad esempio hanno differenze simili a quelle che esistono tra Monte Carlo e Monza in Formula 1. Per i tifosi invece è come seguire il motocross. Tutta l’azione è lì davanti. C’è grande intensità. Per loro è come essere nella vecchia Lesmo2 una volta ogni otto secondi, con 46 macchine una davanti all’altra che sfrecciano a 280-300 chilometri all’ora».
Ma come si diventa piloti negli Usa?
«Faccio un esempio: Carl Edwards. Nel 1999 andava in giro in pista stringendo mani e offrendo un biglietto da visita con su scritto “Avete bisogno di un pilota? Ci sono io per voi”. Adesso guadagna 18 milioni di dollari all’anno ed è stato sei volte campione. Qui si può ancora sognare. Non bisogna essere per forza figli del Sultano del Brunei, anche se ci sono pure quelli, chiaro. Nella scelta dei piloti contano ancora volontà, personalità e voglia di fare».
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