Olimpiadi. Levis, è un bellunese il mago del ghiaccio. «Da Torino a Milano – Cortina esperienze incredibili»
Il 49enne era uno dei 24 autisti della Zamboni dell’hockey. «Avevo iniziato da giovane, a Belluno c’era ancora il palaghiaccio. È stato l’ice maker Don Moffatt a rivolermi anche a Milano. Con lui avevo già lavorato nell’edizione 2006»

La differente Olimpiade del bellunese Davide Levis. C’era lui alla guida di una delle Zamboni del Milano Ice Park di Rho, uno dei due palazzetti che hanno ospitato le partite di hockey ai Giochi. 49 anni di Belluno, ora residente a Borgo Valbelluna, aveva lavorato anche a Torino 2006 con la stessa mansione, dopo aver appreso i trucchi del mestiere al vecchio palaghiaccio di Belluno.
Davide, due Olimpiadi vissute alla guida di una rasaghiacchio. Un’esperienza tutt’altro che comune.
«Nel 1994 avevo cominciato a lavorare come tecnico al palaghiaccio di Belluno, imparando a utilizzare quella che noi conosciamo come Rolba, mentre negli Stati Uniti e in Canada è nota con il nome di Zamboni. Nel 2002 la struttura di Lambioi venne chiusa, ma nel frattempo, da inquadrato all’interno dell’allora società Nis, ho continuato a occuparmi della struttura in un altro ruolo, ovvero cercando di renderla adatta ad altre discipline. In quegli anni erano state aperte le selezioni per lavorare alla gestione del ghiaccio alle Olimpiadi di Torino e di conseguenza mi sono proposto. La candidatura è andata a buon fine e ho vissuto un’esperienza fantastica, occupandomi della pista anche nelle finali dei due tornei maschile e femminile, dormendo al Villaggio Olimpico e operando nella struttura che adesso è l’Inalpi Arena dove si disputano le Atp Finals di tennis. Dopo i Giochi tuttavia la mia esperienza con il ghiaccio è terminata lì».

Fino a qualche mese fa…
«Per me si era chiuso quel capitolo, avendo appunto continuato a lavorare qualche anno al Pala Lambioi prima di concentrarmi su un’altra professione. Tuttavia mi incuriosiva l’opportunità di rivivere l’esperienza a Milano Cortina. Perciò mi sono proposto di nuovo e lo scorso anno sono andato a Renon a svolgere uno stage. Fatalità lì c’era Don Moffatt, chief ice maker di Milano Cortina con il quale lavoravo in coppia a Torino. Nonostante avessimo perso i contatti, mi ha voluto fortemente a Milano e a dicembre ero già operativo al Mondiale under 20 di Prima Divisione gruppo B, test event in vista delle Olimpiadi».
Il tuo ruolo a Milano?
«Ero uno dei 24 autisti - responsabili del ghiaccio, divisi tra la Santa Giulia Ice Hockey Arena e la Rho Ice Hockey Arena dove lavoravo io. Eravamo suddivisi in tre gruppi da quattro, che operavano a orari differenti, occupandosi sia del ghiaccio delle partite sia di quello della pista limitrofa di allenamento. Ma il nostro impegno non era solo uscire con la Zamboni dopo il riscaldamento degli atleti e durante le pause, bensì verificare ogni mattina e comunque con una certa frequenza lo spessore del ghiaccio, aumentarlo dove magari era calato e così via».
Non si tratta solo salire sulla macchina e guidarla...
«No, anzi. Peraltro qui durante le partite si usciva in due, di conseguenza andavano rispettate delle sincronie, oltre ai tempi tecnici a cui attenersi in modo scrupoloso. Dopo di che, sei chiamato a regolare appunto lo spessore del ghiaccio alzando o abbassando il coltello sottostante, l’uscita dell’acqua dal macchinario e così via. Comunque, pur dopo una ventina d’anni, per me è stato tutto abbastanza automatico».
Cosa ti hanno lasciato i Giochi?
«Non ho potuto vedere molto delle partite. Quando lavori la concentrazione è massima, considerando l’importanza delle operazioni da svolgere. I Giochi di Torino li ho vissuti forse in modo più intenso e coinvolgente, specie alloggiando al Villaggio. In ogni caso, portare avanti una passione in due Olimpiadi nel tuo Paese rimarrà impagabile».
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