Autonomia differenziata, Gimbe chiede di sospendere l'iter: «Rischio sanità di serie A e serie B»
La Fondazione Gimbe, audita in Senato, invita a fermare il percorso verso le nuove competenze sanitarie per Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria.Il presidente Cartabellotta teme un aumento delle diseguaglianze nell'accesso alle cure tra le diverse regioni. Stefani tira dritto: «I veneti hanno diritto ad una sanità migliore»

L'autonomia differenziata in sanità rischia di ampliare le diseguaglianze territoriali e di favorire una crescente privatizzazione del sistema sanitario. È la posizione espressa dalla Fondazione Gimbe nel corso dell'audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali del Senato sugli schemi di pre-intesa sottoscritti da Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria per ottenere maggiori competenze in materia di tutela della salute.
Secondo la Fondazione, le quattro regioni presentano condizioni molto diverse per qualità dei servizi, accesso alle cure e capacità di attrarre pazienti, ma avanzano richieste sostanzialmente identiche.
LEA, regioni con performance molto diverse
A testimoniare queste differenze sono i dati sui Livelli essenziali di assistenza (Lea). Nel Nuovo Sistema di Garanzia 2023 il Veneto ha ottenuto il punteggio complessivo più elevato con 288 punti, seguito dal Piemonte con 270 e dalla Lombardia con 257. La Liguria si è fermata a 219 punti, risultando inadempiente in una delle tre macroaree di valutazione.
«Desta forti perplessità – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – che i quattro schemi di pre-intesa siano sostanzialmente sovrapponibili, nonostante riguardino Regioni con caratteristiche epidemiologiche, demografiche, organizzative e assistenziali profondamente diverse».
«Le quattro Regioni che chiedono le stesse ulteriori competenze in sanità – aggiunge – partono da situazioni molto diverse: una risulta inadempiente sui Lea, mentre le altre presentano livelli di performance distanti tra loro. È quindi difficile comprendere come schemi di intesa sostanzialmente identici possano rispondere a realtà assistenziali così eterogenee».
Mobilità sanitaria: Lombardia e Veneto attraggono pazienti
Differenze significative emergono anche sul fronte della mobilità sanitaria. Nel 2023 la Lombardia ha registrato un saldo positivo di 645,8 milioni di euro, mentre il Veneto ha chiuso con un attivo di 212,1 milioni. Piemonte e Liguria hanno invece evidenziato saldi negativi rispettivamente per 20,7 e 74,4 milioni di euro.
«La mobilità sanitaria – evidenzia Cartabellotta – è uno dei più chiari indicatori delle diseguaglianze regionali. Se due Regioni presentano saldi attivi e, viceversa, due registrano saldi negativi, è difficile sostenere che abbiano le stesse esigenze organizzative e assistenziali. Per questo lascia perplessi che le richieste di autonomia in sanità siano pressoché sovrapponibili».
Accesso alle cure, cresce la rinuncia alle prestazioni
Un altro indicatore preso in esame dalla Fondazione riguarda la rinuncia alle cure. Secondo i dati Istat relativi al 2024, ha rinunciato a prestazioni sanitarie il 10,3% dei cittadini lombardi, il 10,1% dei liguri, il 9,2% dei piemontesi e il 7,9% dei veneti.
«La rinuncia alle prestazioni sanitarie – osserva Cartabellotta – è la cartina al tornasole delle difficoltà di accesso alle cure. Se milioni di cittadini già oggi rinunciano a visite ed esami, significa che i diritti garantiti sulla carta non sono sempre esigibili nella realtà».
Per Gimbe, prima di attribuire nuove competenze alle Regioni occorre garantire livelli essenziali realmente esigibili e monitorare l'equità di accesso ai servizi.
«La riforma sull'autonomia non è uno spacca Italia, ma un'opportunità che la Costituzione riconosce ai territori. Il Veneto ha deciso di coglierla e per questo tiriamo dritto senza esitazioni»: lo ha dichiarato Alberto Stefani, presidente della Regione del Veneto, commentando i rilievi della Fondazione Gimbe, emersi durante l'audizione presso la Commissione Affari costituzionali del Senato, sugli schemi di pre-intesa per l'autonomia differenziata, a proposito delle competenze richieste dalle Regioni su tariffe regionali differenziate, gestione autonoma delle risorse statali per edilizia sanitaria e tecnologie, istituzione di fondi sanitari integrativi regionali, assunzioni di personale e riallocazione di risorse nazionali vincolate.
"I veneti hanno diritto ad una sanità migliore, sempre più vicina ai territori e alle esigenze delle persone. L'autonomia è uno strumento per raggiungere questo obiettivo, senza togliere niente a nessuno. Voglio ribadire un principio: equità non significa livellare verso il basso la qualità dei servizi - insiste Stefani -. Stiamo parlando della salute delle persone - conclude il presidente della Regione del Veneto -. La riforma Calderoli non esclude nessuno: ciascuna Regione può scegliere se assumersi più responsabilità o lasciare che a gestire risorse e a prendere decisioni sia Roma. Noi, ancora una volta, faremo gli apripista"
Carenza di personale sanitario e rischio concorrenza tra Regioni
La Fondazione richiama inoltre l'attenzione sulle differenze nella disponibilità di personale sanitario. Tra gli infermieri dipendenti si passa dai 6,86 professionisti ogni mille abitanti della Liguria ai 3,80 della Lombardia.
«In assenza di Lep sanitari definiti e finanziati – commenta Cartabellotta – ulteriori margini di autonomia sul personale rischiano di accentuare la competizione tra Regioni e di ampliare le difficoltà di accesso al servizio pubblico».
I rischi dell'autonomia differenziata secondo Gimbe
Secondo la Fondazione, le competenze richieste dalle Regioni – dalle tariffe regionali differenziate alla gestione autonoma delle risorse per edilizia sanitaria e tecnologie, fino alla possibilità di istituire fondi sanitari integrativi regionali e ampliare i margini di spesa per il personale – potrebbero avere effetti significativi sull'equità del Servizio sanitario nazionale.
«La criticità – continua Cartabellotta – non è l'autonomia amministrativa in sé, ma il contesto in cui si vorrebbe applicarla. Trasferire ulteriori competenze sanitarie a Regioni che già oggi partono da condizioni molto diverse significa intervenire su un Ssn segnato da sottofinanziamento, persistenti difficoltà nel garantire i Lea e crescente ricorso alla spesa privata».
Secondo Gimbe, senza adeguati meccanismi di garanzia e perequazione, l'autonomia rischia di rafforzare ulteriormente le regioni più forti e rendere ancora più difficile colmare i divari esistenti.
La richiesta: sospendere l'iter fino alla definizione dei LEP
Per questo la Fondazione chiede una sospensione dell'iter sull'autonomia differenziata in sanità fino alla definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) sanitari, alla quantificazione dei relativi costi standard e all'attivazione di un sistema nazionale indipendente di monitoraggio.
«La garanzia formale dei Lea – conclude Cartabellotta – non basta se milioni di cittadini continuano a incontrare ostacoli nell'accesso alle cure. Prima di trasferire ulteriori competenze alle Regioni è indispensabile definire e finanziare i Lep sanitari, misurare gli effetti delle autonomie su accesso ed equità e istituire un sistema pubblico e indipendente di monitoraggio».
Per il presidente di Gimbe, in assenza di queste condizioni «il rischio non è soltanto di ampliare le diseguaglianze nell'accesso alle cure, ma anche di legittimarle».
Stefani:«Tiriamo dritto, l’obiettivo è una sanità migliore per i veneti»
«La riforma sull'autonomia non è uno spacca Italia, ma un'opportunità che la Costituzione riconosce ai territori. Il Veneto ha deciso di coglierla e per questo tiriamo dritto senza esitazioni": lo dichiara Alberto Stefani, presidente della Regione del Veneto, commentando i rilievi della Fondazione Gimbe.
«I veneti hanno diritto ad una sanità migliore, sempre più vicina ai territori e alle esigenze delle persone. L'autonomia è uno strumento per raggiungere questo obiettivo, senza togliere niente a nessuno. Voglio ribadire un principio: equità non significa livellare verso il basso la qualità dei servizi - insiste Stefani -. Stiamo parlando della salute delle persone - conclude il presidente della Regione del Veneto -. La riforma Calderoli non esclude nessuno: ciascuna Regione può scegliere se assumersi più responsabilità o lasciare che a gestire risorse e a prendere decisioni sia Roma. Noi, ancora una volta, faremo gli apripista»
Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi








