Le Case di Comunità in Veneto: ne sono pronte 63 su 102, ecco dove
Ruscitti e Gerosa hanno fatto il punto sulla situazione nel forum in redazione: «In linea con la programmazione, le prime a partire saranno le strutture hub». Il 30 giugno è la scadenza fissata dal Pnrr, arriveranno gli ispettori della Ue

Centodue Case di Comunità progettate di cui 91 previste dal Pnrr; 63 ultimate, e quindi pronte per partire, alla scadenza del 30 giugno. Sono i numeri veneti di una delle più vaste riforme della sanità territoriale avviata in base al decreto ministeriale 77 del 2022 e diventata il pilastro della missione 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Una riorganizzazione pensata per avvicinare ai cittadini l’assistenza sociosanitaria, ma che si è subito misurata con una difficoltà di fondo: trovare il personale per rendere le strutture realmente operative.
Il punto sulla situazione è stato fatto dall’assessore regionale Gino Gerosa e dal direttore della sanità veneta Giancarlo Ruscitti in occasione del forum in redazione al nostro giornale.
Lo stato dei lavori
«Sono 102 le Case di Comunità che dobbiamo fare, il Pnrr ne prevede 91 delle quali 63 sono già ultimate», snocciola il direttore Ruscitti, «Siamo in linea con la programmazione nazionale ed entro la fine di giugno dovranno venire i tecnici per una checklist di controllo sia sulla parte edilizia che su quella tecnologica».
La scadenza di fine giugno riguarda l’ambito strutturale, da rendicontare poi all’Unione Europea. La distribuzione è diffusa nel territorio e vede una netta prevalenza di Case di Comunità hub (99) rispetto alle spoke (3). La distinzione è che nelle prime la presenza medica è continuativa, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, mentre nelle spoke è di almeno 12 ore al giorno per 5 giorni a settimana; la presenza infermieristica è di almeno 12 ore al giorno per 7 giorni a settimana nelle hub e di almeno 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana nelle spoke.
Sulle priorità di apertura, la Regione seguirà una precisa linea: «Daremo la prevalenza iniziale alle hub che dovranno coprire un raggio maggiore», sottolinea Ruscitti.
Tra le più avanzate, pronte per la partenza, figurano nel Padovano, Vigonza, Piove di Sacco e Carmignano di Brenta, nel Veneziano Noale e Favaro. L’attivazione dei nuovi presidi sociosanitari comporterà una diversa competenza dirigenziale: «Il direttore di distretto assumerà un ruolo più importante rispetto a quello di oggi, perché gestirà le Case di Comunità, l’hospice e le domiciliarità», precisa Ruscitti.
L’assistenza
Le Case di Comunità nate con l’obiettivo di diventare un unico punto di riferimento sanitario sotto casa, vederanno al loro interno una pluralità di professionalità. «Si troveranno figure come il nutrizionista, lo psicologo, il medico di medicina generale, l’infermiere di comunità: questa è la vera novità, vale a dire l’ingresso di tante figure professionali che oggi non erano presenti nel territorio in maniera così capillare», spiega l’assessore Gino Gerosa. Che nei nuovi presìdi vede la realizzazione di quel principio di Universum Salus e di diritto alla sanità pubblica, solidale e universalistica previsto dall’articolo 32 della Costituzione.
«La Casa di Comunità diventa un momento fondamentale», sottolinea Gerosa, «Tra 20 anni gli over 80 aumenteranno del 45% e avremo un surplus di ottantenni: quindi pazienti geriatrici, cronici e fragili con plurimorbilità. E noi dovremo gestire la cronicità senza che essa scivoli nelle acuzie, evitando in tal modo il ricovero. Per questo occorre sviluppare all’interno delle Case di Comunità tutta quella specialistica che ci premette la gestione della cronicità».
Il nodo del personale
Il principale nodo dell’apertura delle Case di Comunità riguarda il personale: la mancanza di medici, infermieri (3.500 la carenza riferita a tutti i comparti) e oss (2 mila) pone interrogativi sull’effettiva funzionalità delle strutture. «Ci troviamo di fronte al rischio concreto di avere delle strutture bellissime, ma scatole vuote» aveva denunciato qualche settimana fa Tiziana Basso, segretaria della Cgil regionale.
La riforma Schillaci punta sul doppio binario per le Case di Comunità e per i medici di medicina generale: la convenzione affiancata da una forma di dipendenza dal Servizio sanitario nazionale su base volontaria. Per i medici di famiglia è previsto l’obbligo di attività programmate nelle Case di Comunità. Aspetti, questi, che sono sotto la lente della categoria; nel frattempo Fimmg ha aperto lo stato di agitazione con riferimento a una serie di aspetti contrattuali legati alla riforma stessa. «Il nostro obiettivo», rimarca Gerosa, «è collaborare e valorizzare i medici di medicina generale. A me interessa fornire salute ed essere credibile nei confronti dei cittadini. La credibilità passa tanto per i medici quanto per i decisori politici o tecnici. Se vogliamo offrire credibilità dobbiamo riempire di contenuti le Case di Comunità. L’hardware sono i muri, il software il personale».
Corte dei Conti

La Corte dei Conti ha appena pubblicato la delibera relativa allo stato di avanzamento del Pnrr in Italia, con l’aggiornamento a fine marzo per le diverse missioni. Un capitolo specifico è dedicato proprio alle Case di Comunità.
«Sotto il profilo della piena operatività, che presuppone l’attivazione di tutti i servizi obbligatori, inclusa la presenza strutturata di personale medico e infermieristico secondo i parametri definiti dal dm 77/2022, risultano conformi a tali requisiti solamente 66 strutture, con un aumento di 20 strutture rispetto al semestre precedente», si legge nella relazione che fotografa la situazione nel Paese al secondo semestre 2025.
E con riferimento ai singoli territori, il Veneto compariva tra le regioni con qualche difficoltà: «In relazione al livello di attivazione ottimale (attivazione di tutti i servizi obbligatori dichiarati, inclusa la presenza di personale medico e infermieristico secondo i parametri del dm 77/2022, rispetto alla programmazione regionale), oltre alle Regioni del Sud, permangono criticità anche in alcune Regioni del Centro e del Nord, tra cui Marche, Toscana, Veneto, Friuli‑Venezia Giulia e le Province autonome di Trento e Bolzano», si legge.
Ma resta un fatto: da marzo la nuova giunta ha inaugurato una task force che si riunisce periodicamente.
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