Tutti d’accordo: sono troppi
BELLUNO. Sono troppi sessantanove Comuni per la provincia di Belluno? Per i più la risposta è affermativa, ma c’è ancora chi difende la frammentazione amministrativa del territorio, nel nome delle differenze storiche tra comunità distanti tra loro una manciata di chilometri.
Se per Sergio Reolon, Matteo Toscani e Jacopo Massaro il ridimensionamento non può più attendere, il capogruppo regionale del Pdl, Dario Bond, veste i panni dello strenuo difensore dei piccoi enti di montagna: «Il nostro territorio è composto da piccoli comuni ricchi di storia e servizi. Per questo ho molto rispetto nei loro confronti e sono contrario a una loro soppressione. Sono convinto che, a conti fatti, non sarebbe un grande risparmio. Anzi. Un altro conto, invece, è la creazione di economie di scala, possibili con la gestione associata delle funzioni e dei servizi, che è stata regolata da due apposite leggi regionali, tra cui quella sulle unioni dei comuni montani».
«Il futuro», prosegue, «sarà contrassegnato da queste sinergie, che permetteranno da un lato di risparmiare risorse, dall’altro di mettere in comune le eccellenze di ogni singola realtà. In provincia di Belluno abbiamo un bell’esempio di unione effettiva come quella di Setteville tra Quero e Vas che da pochi giorni ha visto l’ingresso di Alano di Piave. Esiste da dieci anni ed è stata una scelta lungimirante».
È vero, il Basso Feltrino anticipò i tempi alcuni anni fa con l’Unione Setteville, mostrando una lungimiranza che pochi hanno avuto in provincia. Ma oggi, in tempi di crisi, ha senso mantenere in vita 69 strutture comunali? In provincia ci sono casi che invitano alla riflessione. Uno su tutti quello del Centro Cadore, dove nel giro di venti chilometri troviamo ben sette Comuni: Pieve, Calalzo, Domegge, Lozzo, Vigo, Lorenzago e Auronzo: «Oggi questa frammentazione non è più accettabile», sottolinea Sergio Reolon del Pd. «La speranza è che i sindaci prendano al balzo la legge sulle unioni montane, per guardare con lungimiranza al domani. Sì, questa è la strada da percorrere: dalla gestione associata dei servizi, infatti, si dovrà passare all’unità amministrativa tra aree simili e confinanti tra loro».
D’accordo sulla necessità di ridurre il numero di Comuni, anche il leghista cadorino Matteo Toscani: «Sì, 69 sono realmente troppi, visto anche il particolare momento storico che stiamo vivendo. Ma attenzione, l’aggregazione dei Comuni dovrà essere un processo che parte dal basso, con i cittadini chiamati a smuovere i sindaci dal loro assurdo immobilismo. Restando alla finestra, infatti, c’è il rischio di veder calato dall’alto questo processo di razionalizzazione. Meglio sarebbe che fosse il territorio a governarlo...».
«L’attuale situazione economica», sono le parole di Jacopo Massaro, «renderà insostenibile la vita a ogni Comune, di qualunque dimensione esso sia. È necessario, quindi, fare economie di scala, iniziando una sorta di rivoluzione culturale. Troppo spesso si difendono i Comuni in nome della storia e delle tradizioni locali. Ma un conto è l’ente che amministra il territorio, un altro è la salvaguardia delle tradizioni locali. Lo dimostra Belluno: Cirvoi, Bolzano Bellunese, Cavarzano, Castion e il centro storico sono luoghi completamente differenti tra loro. Ognuna di queste aree ha le proprie peculiarità, ma nessuno si sogna di rivendicare il diritto a essere un Comune a se stante. La verità è che tutto ruota attorno a campanilisimi che non hanno più senso di esistere». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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