Tecnico rapito in Libia, nel 2014 l’avventurosa fuga in mezzo al deserto

BELLUNO. «Malgrado tutto tornerò in Libia, anche dopo quello che mi è successo quest'estate. Ma solo quando le cose si saranno sistemate». Danilo Calonego lo aveva detto nel corso di un'intervista rilasciata al Corriere delle Alpi nell’ottobre del 2014. Pochi mesi prima il tecnico di Sedico aveva subito due imboscate nel giro di due settimane. Durante quel turbolento viaggio di rientro verso l'Italia, verso la montagna che sovrasta il Peron, aveva attraversato il deserto, ma per uscirne vivo si era dotato di una scorta.
Quella fuga Calonego l'aveva raccontata nei minimi dettagli al Corriere delle Alpi. «Dovevo rientrare con un collega», raccontava. «Siamo partiti dal campo di Tahala alle 14.30. Tutti gli aeroporti della Libia erano stati i bombardati con la guerra ed erano inutilizzabili, la frontiera tunisina era ancora chiusa e quindi l'unico modo che avevamo per tornare in Italia era passare dall'Algeria, attraversando il deserto libico. E stando attenti ai predoni. Abbiamo fatto 85 chilometri nel deserto libico, poi siamo entrati nella terra di nessuno. La chiamano così: se disgraziatamente incontri i predoni o i terroristi, non sai cosa ti può capitare. Bene che ti vada, ti rubano tutto e ti picchiano. Anche il nostro autista, che era un tuareg, aveva paura. Quei 15 km mi sono sembrati un’eternità, si vedeva solo sabbia e poi sabbia».
Poi, finalmente, l'ingresso in Algeria. «Sì, finalmente dietro una duna abbiamo scorto una casamatta: eravamo al confine», si legge in quell'intervista, «anche la famiglia di Gheddafi era passata per quello stesso posto nel 2011, quando la frontiera algerina era rimasta l'unica via di fuga dalla Libia. Ci hanno accolti bene, ci hanno preparato un visto di transito e ci hanno messi su un Toyota blindato. A bordo c'erano due militari (uno con il mitragliatore a tracolla), eravamo scortati da sei auto, ciascuna con cinque gendarmi armati. Dovevamo fare 330 km nel deserto algerino, dove ci sono alcune cellule di Al-Qaeda. Ci sono volute cinque ore per arrivare al piccolo aeroporto di Janet, da dove siamo decollati per Algeri. Da qui a Roma e poi Venezia. Quando avevo visto casa mia, malgrado fosse sera e ci fosse poca luce, ho visto le montagne e mi è sembrato di essere stato in un altro mondo per anni e anni».
Nato a Peron di Sedico 68 anni fa, Calonego ha iniziato a lavorare come apprendista meccanico a Sospirolo; dopo la naja ha varcato per la prima volta i confini italiani. Destinazione Svizzera. Aveva 21 anni, ci è rimasto per dieci e dopo una breve parentesi in Italia ha oltrepassato il Mediterraneo, approdando in Libia il 7 febbraio 1979. Da allora ha sempre lavorato nel paese nordafricano, ad eccezione di alcuni brevi periodi. In uno di questi è stato in Laos, ma c'è rimasto tre mesi, «perché le condizioni di lavoro erano massacranti, con quel clima caldo e umido».
In Libia ha lavorato per trent'anni, come meccanico. La sua è la storia di emigrante, di quelle raccolte in molti diari scritti a mano; per sua intenzione sarebbe dovuta finire in un libro non ancora completato.
Nel 1979 in Libia c'erano 25 mila italiani, tutti emigrati per lavorare. Ma nel 2011 è scoppiata la guerra e quasi tutti erano scappati. Lui era invece rimasto a lavorare come meccanico in una raffineria.
La situazione di lavoratore in Libia era stata descritta molto bene da Calonego. «Ai tempi di Gheddafi noi emigranti eravamo rispettati, molto. In Libia si entrava solo per lavorare. Appena arrivavi ti facevano tutte le visite mediche e ti davano la residenza per un anno. Dovevi avere un contratto di lavoro per rimanere in Libia. Bisognava rispettare le loro usanze. Si pranzava e cenava a orari precisi, la sera si andava a dormire presto. Gli alcolici sono banditi, si trovava il whisky in nero, costava 180 euro ma era rischiosissimo comprarlo: se ti trovavano con una bottiglia ti mettevano un bollino rosso sul passaporto e non saresti più potuto tornare in Libia. Ma del resto, non sarei rimasto tanti anni in Libia se le persone non fossero state buone».
«Dopo la morte di Gheddafi», diceva, « è stato un disastro. Non c'era più alcuna regola. Con la guerra civile si è complicato tutto. Ma non voglio dire che con Gheddafi andasse tutto benissimo: so che sono successe cose terribili mentre c'era lui al potere».
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