Tassi alti, pochi crediti così le aziende muoiono

BELLUNO. «La situazione è pesantissima. I finanziamenti bancari all’artigianato si sono ridotti di oltre sette punti in un anno. Il costo del credito è più alto di oltre due punti rispetto agli altro paesi europei. Più di un terzo delle nuove richieste di credito bancario rimangono senza risposta. Un silenzio tanto assordante quanto insopportabile».
Per Appia, Confartigianato e Confcommercio di Belluno il rapporto tra imprese e istituti di credito sta diventando sempre più insostenibile. Il problema di fondo non è soltanto la riduzione drastica di crediti che le banche concedono alle aziende, ma anche i tassi proposti, che per una impresa in difficoltà sono impossibili da sostenere.
Il grido di allarme arriva all’indomani dell’ennesimo suicidio in provincia di Treviso di un imprenditore e di un’indagine avviata dalla procura di Belluno su probabili tassi da usura che alcuni istituti di credito avrebbero fatto a una coppia di imprenditori .
«Non dobbiamo farci illusioni», dichiara Maurizio Ranon, direttore dell’Appia, ribadendo quanto contenuto nel documento presentato oltre un mese fa in Camera di Commercio e che diventerà la base per la discussione (domani sempre nell’ente camerale) del tavolo dell’economia.
«La disponibilità di credito non è destinata a migliorare nei prossimi mesi e non saranno certo i fondi di venture capital a investire nelle imprese artigiane. Vorremo dunque che le banche riaprissero i cordoni della borsa, dimostrando, con i fatti, la loro asserita natura commerciale. Non sono solo le sofferenze delle piccole imprese ad aver scatenato la crisi finanziaria globale, ma tanti titoli tossici».
Gli artigiani e anche i commerciati si dicono quindi pronti a «collaborare con gli istituti di credito, ma questi devono smetterla di scaricare sulle imprese e sulla collettività le loro inefficienze e i loro errori. Le nostre associazioni possiedono gli strumenti per agevolare la conoscenza delle imprese e l’impegno dei nostri consorzi fidi può mitigare il rischio».
E proprio parlando di cofidi, gli imprenditori artigiani e commercianti evidenziano: «Questi nostri consorzi sono oggi in una fase di difficoltà proprio per aver sostenuto il sistema imprenditoriale. Guai, se fossero costretti a ridurre la propria operatività, per aver eroso il patrimonio facendo scudo alle imprese».
Rispetto a questo quadro l’Appia rilancia: «È fondamentale creare, all’interno del fondo di garanzia delle piccole e medie imprese, uno strumento destinato a patrimonializzare i consorzi fidi e a consentire loro un più facile accesso al fondo stesso».
«La misura è colma», tuona a il presidente di Confcommercio, Franco Debortoli: « Le imprese in tutti i settori sono ormai allo stremo delle forze. Siamo a un punto di non ritorno, e bisogna subito fare qualcosa».
«Le banche si stanno comportando male», commenta anche Vittorio Zampieri del consorzio di fidi dell’Ascom. «Si danno tanto da fare per controllare chi è fuori di 10 mila euro, ma poi queste stesse banche sono dentro i grandi gruppi finanziari, tipo Parmalat, dove i rischi sono ben più elevati rispetto alla chiusura di una piccola imprese».
Tutte le associazioni di categoria, quindi, rivendicano il ruolo dei consorzi di fidi come tramite per negoziare dei tassi di interesse calmierati «in base ad accordi che abbiamo fatto con gli istituti bancari in sede nazionale. Se gli imprenditori si rivolgono ai loro Cofidi di categoria possono non solo avere maggiori controlli sui tassi, ma anche richiedere in caso di tassi al limite dell’usura, la restituzione del surplus richiesto a garanzia.
«Quando un imprenditore comincia a non pagare le scadenze, viene segnalato a tutte le banche e rischia di non avere più credito. Con i consorzi fidi questo non succede, perché garantiamo il 50% del prestito. Se poi l’impresa si trova in determinate condizioni, grazie anche al fondo antiusura statale possiamo arrivare fino all’80% di garanzia», conclude Walter Capraro, direttore di Confartigianato.
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