Poca acqua e troppo calda nei laghi del Cadore: «La fauna ittica è sempre più a rischio»

L’allarme del presidente del bacino di pesca del Cadore: «Il lago è prosciugato, non riusciamo più a operare, il fango scoperto emana un odore insopportabile»

Francesco Dal Mas
Pescasportivi sul Piave
Pescasportivi sul Piave

Laghi e torrenti in sofferenza. Ma non solo per la carenza d’acqua. Anche perché questa è troppo calda. E a soffrirne è il mondo della pesca, con circa 5 mila tesserati ai 12 bacini e un pari numero di permessi, da ogni parte d’Italia e dall’estero, in aumento del 15-20 per cento grazie alla promozione della Fondazione Dmo Belluno Dolomiti.

Giuseppe Giacobbi, presidente del Bacino di pesca Centro Cadore, è allarmato. «Non solo il lago è stato prosciugato a tal punto che è impossibile esercitare, ma il pesce è costretto a sopravvivere in volumi molto più ristretti, l’acqua si riscalda eccessivamente, i depuratori non riescono a pulire le acque nel modo dovuto a causa della maggiore affluenza di gente, i 100 cormorani si abbuffano quotidianamente in modo spropositato». Basta? «No. Il lago puzza. Quando il fango viene allo scoperto, emana un odore insopportabile».

A rischio non è un pesce qualsiasi, ma la trota marmorata, il temolo, il luccio, le carpe, le tinche, cioè tutte specie pregiate.

Il lago conteneva, al massimo della potenzialità, 60 milioni di metri cubi. Oggi una quarantina. E dall’inizio di agosto, con settimane di anticipo, è in calo, per dare acqua all’agricoltura di pianura.

«Con la progressiva laminazione arriverà a –18, fra un mese circa, e a quel punto rischieremo la moria del pesce. Per il momento», sottolinea Giacobbi, «abbiamo il “giovanile” in gravissima sofferenza. Anche perché i depuratori immettono nell’acqua molto più fosforo che è il nutrimento delle alghe. Per cui, non è il massimo per un turista arrivare in Cadore e vedere un lago che sembra una pozzanghera al fondo di un cratere lunare. Una pozzanghera che è una distesa di alghe e che puzza all’inverosimile».

I gestori del bacino hanno seminato quest’anno 200 mila esemplari solo di marmoratine, disponendo di un allevamento a Sottocastello. Tutelare questo patrimonio diventa un’impresa ogni giorno più complicata.

Il lago in prosciugamento è la sagra dei cormorani. Di stanza ce ne sono ben 85, ma di giorno in giorno ne arrivano altri, a gruppi di 50-60, che pescano e poi se ne vanno. «Se ne vanno più di 30 chili di pesce al giorno, circa 10 quintali al mese. Il danno», afferma Giacobbi, «è enorme».

Gli apporti dagli affluenti sono anch’essi in progressiva contrazione. «Dal Piave arriva il minimo deflusso, mentre dalla diga esce un metro cubi d’acqua al secondo...».

Per la pesca, i problemi riguardano non solo il lago, ma anche i corsi d’acqua. Il Piave, fino a Busche, ha dovuto subire la presenza del limo svasato dal bacino di Vodo di Cadore, che in parte si è depositato nella diga di Valle di Cadore e che, in parte, da qui è fuoriuscito ed il torrente Boite lo ha portato appunto nel Piave. Una fauna ittica che, se va bene, grazie al ripopolamento concordato dall’Enel con i Bacini, attraverso Provincia e Regione, non sarà ricomposta prima di 5 anni.

«Comprendiamo, pertanto, le ragioni dei nostri amici agricoltori, quando motivano le loro priorità con le esigenze dell’alimentazione correlata all’agricoltura. Ma il pesce non è forse una componente dell’alimentazione stessa. Il tema è che bisogna rifare il bilancio idrico e, quindi, riconsiderare le quote d’acqua da poter cedere».

Ma la pescasportiva è anche un’attrattività turistica di prim’ordine, in provincia. Lo sottolinea con forza Elisa Calcamuggi, responsabile marketing della Dmo. «Ci sono appassionati che arrivano dal Nord America per pescare il luccio nel lago di Centro Cadore. E altri che si sobbarcano ore e ore di volo per pescare la trota sul Piave. La nostra provincia offre, infatti, una delle più ricche aree di pesca a livello regionale e nazionale, con un numero elevato di appassionati che ogni anno visitano i nostri territori per vivere questa bellissima esperienza».

Grazie al recente rinnovo delle concessioni relative alla gestione dei bacini, la Provincia di Belluno ha avviato un tavolo di lavoro coordinato, che porterà il territorio e gli enti gestori a collaborare per uno sviluppo sempre più integrato di questo importante prodotto sportivo con il sistema turistico provinciale, in un’ottica di co-programmazione e co-progettazione.

«All’interno di questo percorso», prosegue Calcamuggi, «la Provincia e la Fondazione Dmo Dolomiti Bellunesi stanno fattivamente lavorando per lo sviluppo di un’offerta turistica dedicata agli utenti, sportivi e visitatori, italiani e stranieri, interessati a questa attività sportiva, che offre l’opportunità di una conoscenza inedita del territorio e del suo patrimonio naturalistico, oltre che della importante biodiversità offerta dai nostri corsi d’acqua».

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