«Le mie estati in Cadore e quella foto sulla Schiara»

BELLUNO. Nel tono della voce di monsignor Renato Marangoni, nominato da poche ore nuovo vescovo della diocesi di Belluno-Feltre, ci sono la gentilezza e la pazienza di chi è abituato ad avere a che fare con i giovani. Nei suoi racconti, l’amore per una montagna che lo ha visto nascere, a Crespano del Grappa, e crescere durante le fresche estati al centro Pio X di Borca di Cadore, dove ha trascorso le vacanze durante gli anni del seminario.
Lei sembra conoscere bene le nostre montagne: c’è una bella foto che lo ritrae sulla Schiara.
«Risale a sei o sette anni fa, era la prima volta che ci salivo. Mi trovavo in compagnia di un gruppo di ex studenti universitari conosciuti quando ero assistente al collegio Gregorianum di Padova, dove tra l’altro c’erano molti giovani bellunesi. Una volta in cima ho trovato questa croce ed è stata scattata la foto, un gesto curioso».
Dunque è un appassionato di montagna?
«Io sono originario di Crespano del Grappa e per me quelle cime sono casa. Inoltre quando ero in seminario, fino alla fine degli anni ’60, la nostra casa estiva era al Pio X di Borca di Cadore. Questo mi ha aperto la conoscenza delle montagne del Cadore. Anche negli anni del Gregorianum, dove sono rimasto per dieci anni, ho partecipato a molte escursioni. Questa è stata la mia conoscenza delle montagne, la provincia di Belluno e le Dolomiti sono il nostro approdo sicuro».
Torna spesso in questi luoghi?
«È un contesto dove torno volentieri, con la diocesi ci sono anche stati diverse occasioni di incontri ed esperienze formative. Sono luoghi con cui sento di avere familiarità».
Specialmente il Grappa.
«Lì, quando gli impegni me lo permettevano, ho svolto servizio d’estate. Inoltre ho svolto servizio festivo domenicale a Cima Grappa. Da lì si apre lo sguardo sul gruppo della Schiara, sulle Vette Feltrine e sulle Dolomiti. Quell’immagine è stata una delle prime a venirmi in mente quando ho saputo che mi era stato affidato questo incarico».
Durante il suo sacerdozio ha potuto conoscere molti giovani. Spesso sono proprio loro a dover lasciare la provincia di Belluno per cercare lavoro altrove.
«Per conoscere le situazioni reali bisogna essere sul posto: non parlo da studioso, a tavolino. Per ora posso solo immaginare che sia così, avrò bisogno di conoscere questo territorio standoci dentro. Al di là delle fatiche e delle difficoltà, a me interessa l’incontro vero con le persone. Conto su questa possibilità».
Da amante della montagna quale è, non faticherà a trovare chi le farà da guida in questo territorio.
«È una delle cose che ho imparato: l’incontro con le persone ti cambia e ti apre prospettive nuove».
Il Bellunese, insieme a molti altri territori, è interessato anche dal fenomeno della crisi delle vocazioni. Cosa ne pensa?
«Parlo dal mio punto di vista, e vorrei che fosse chiaro che è un punto di vista pastorale: è una questione enorme, stiamo assistendo ad un cambio di paradigma per la comunità parrocchiale che pone una questione di ripensamento globale di cosa intendiamo per parrocchia, non solo come dimensioni ma anche come sua presenza sul territorio. Stiamo vivendo di un passato che non c’è più e dobbiamo fare i conti con il presente, che comporta anche osare e rischiare. Lasciamoci dire qualcosa dalle nuove generazioni, stanno comunicando con noi e il loro messaggio va compreso in profondità».
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