L’aquila scampata all’incendio nel Parco stroncata da tumore

È morta ieri mattina, era il simbolo del Vincheto di Celarda La forestale che la seguiva: «Un rapporto incredibile»

BELLUNO. Era scampata all’incendio nel Parco Dolomiti del 2002: Falcina, l’aquila reale curata e tenuta in cattività dal Cfs di Celarda è morta ieri mattina. A stroncarla, un tumore scoperto due anni fa.

La sua più cara amica «umana» di questi ultimi dieci anni, Margherita, un forestale, l’ha trovata deceduta nella gran voliera che le avevano costruito per farla continuare a vivere.

Falcina era un simbolo del Parco: era diventata un punto di riferimento per i piccoli studenti e i bambini, ma anche per gli adulti in visita al Vincheto di Celarda.

Selvaggia quanto regale, uno dei pochi esemplari di aquila reale che popolano il Parco Dolomiti, era rimasta nella trappola del fuoco che distrusse ettari di Parco: forestali e forze intervenute, l’avevano trovata e l’avevano soccorsa, le avevano poi dato un nome, quello di Falcina a ricordo della nota Val Falcina, area naturale di pregio in val del Mis . L’aquila era rimasta gravemente ferita: era diventata cieca da un occhio. Non poteva più volteggiare alta, sopra crode e abeti, libera: avrebbe rischiato di soccombere.

«L’abbiamo curata qui alla riserva di Celarda del Corpo forestale dello Stato, seguendo le prescrizioni dell’Istituto bolognese» spiega Margherita. «Falcina ad aprile del 2002, in seguito a un incendio che c'era stato nel Parco, era rimasta intossicata: di lei si occuparono all’Istituto nazionale fauna selvatica di Bologna, poi l’abbiamo ospitata qui al Vincheto, dove le era stata preparata una voliera. Era famosa, Falcina: è sempre stata meta di scolaresche e visitatori».

Un esemplare femmina di aquila reale di 12 anni, rimasto in riserva 10: «Ora ne aveva 22 ma avrebbe vissuto fino a 30 anni in cattività; tempra forte, era simpatica e tenace». Un tumore l’ha stroncata: «È morta per questo» continua la forestale «nella zona del sopra-coda dove hanno la ghiandola che secerne il grasso per tenere pulite le penne e impermeabilizzato il corpo». Si chiama uropigio e il tumore ha aggredito lì: chi la custodiva se n’è reso conto ancora due anni fa, ad agosto del 2010, in una delle annuali visite veterinarie alle quali Falcina veniva costantemente sottoposta. Era molto curata: lavata ogni giorno.

Con la forestale che si occupava di lei «c'era una simbiosi: un giorno mi sono accorta che nella zona dell’uropigio c'era una crosta che fuoriusciva e fatti gli esami, abbiamo scoperto che purtroppo non si poteva fare più nulla. Sono animali questi che hanno una fibra eccezionale: dall’incendio si era ripresa molto bene e s’era adattata anche a stare in uno spazio, la voliera, e un animale selvatico si vede subito se non stan bene, perchè di solito muore. Non sarebbe stato possibile liberarla: era rimasta cieca all'occhio destro».

Falcina ha continuato a vivere, anzi: chi la seguiva ha creato un rapporto particolare col rapace. «È stato un animale amatissimo, bravo, anche come carattere: non pensavo che un'aquila reale fosse così, un animale eccezionale... È stato un patrimonio di tutti, per me è stato un onore occuparmi di lei, penso che una cosa del genere non mi capiterà più in vita mia: dieci anni in cui ho potuto rapportarmi con un essere che mai avrei potuto immaginare e con la massima fiducia: si è fatta curare da me. Lei rimaneva sempre sul posatoio perchè restava sempre in alto per vedere quel che le stava intorno: con i visitatori restava lì, si faceva vezzeggiare. Poi, quando andavano via, la passavo con lo spruzzino dell'acqua, la facevo mangiare, la chiamavo la facevo scendere: si creano questi rapporti con gli animali selvatici, rapporti unici, è una fortuna per chi può avvicinarsi».

Ora Falcina ha rispiegato le ali fra le crode più alte: per sempre libera di gridare, vedere.

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