«La vita di un figlio non si quantifica in euro»

Toccante testimonianza del padre di Martina Bonavera nel processo contro Anas La pericolosità della strada già denunciata dal comitato di Salce e da due famiglie
BELLUNO. «Domenica scorsa Martina avrebbe compiuto 18 anni. Doveva essere il giorno in cui le regalavo rose rosse e invece ho dovuto portarle sulla sua tomba». Un dolore immenso quello che Francesco Bonavera ha raccontato ieri in aula in tribunale a Belluno, nel silenzio più attento e commosso. Il padre di Martina, vittima di un incidente stradale lungo la statale 50 a Giamosa nel 2013, ha testimoniato ieri nel processo contro i dirigenti Anas Ettore De Cesbron De la Grennelais e Eutimio Mucilli, rispettivamente dirigente dell’area tecnica di esercizio del compartimento veneto di Anas e capo compartimento regionale della società. «La vita di un figlio non si può quantificare in euro» ha risposto all’avvocato Chiara Tartari del foro di Treviso, che difende la famiglia costituitasi parte civile e che gli aveva chiesto il motivo della rinuncia al risarcimento, «Martina non tornerà più e non può essere morta per niente, perché qualcuno per anni non ha mosso un dito».


Se le responsabilità di quanto accaduto quel 9 marzo di quattro anni fa siano dei dirigenti Anas, sui quali pende l’accusa di omicidio colposo, lo si chiarirà nel corso del processo iniziato a fine novembre. Ieri la seconda udienza che ha visto testimoniare proprio il padre della ragazza. Al centro della deposizione di Bonavera c’è ancora una volta quel tratto di strada maledetto in cui perse la vita la figlia e di cui si discuteva già da dieci anni. «Dopo l’incidente sono state fatte delle opere migliorative» ha spiegato Bonavera, «lavori che sono stati fatti dal Comune». Il padre ha descritto la figlia come una ragazza «battagliera», pronta a prendere le difese di chi era in difficoltà. «Molto più assennata e attenta dei suoi 13 anni».


Che di sicurezza a Salce si parlasse già da tempo lo dimostrano anche gli articoli di stampa di cui si è discusso in aula. A testimoniare è stata chiamata anche una giornalista e particolare rilievo è stato dato ad un articolo, pubblicato nei giorni immediatamente successivi l’incidente, con le scuse di Anas per quanto successo. Ma un lungo tempo è stato dedicato alla testimonianza del coordinatore del comitato di Salce: da cittadino si è speso a lungo per segnalare all’amministrazione comunale i problemi della frazione, ed in particolare il bivio tra via Giamosa e via Marisiga e il relativo attraversamento pedonale. «Non appena si è costituito il comitato» ha spiegato il testimone, «abbiamo incontrato Anas, proprietaria della strada, che ci ha però detto che il nostro interlocutore era il Comune». Decine le domande sia da parte dell’avvocato Tartari che da parte del legale della difesa Raffaella Rizzo (studio Ripamonti di Milano) per ricostruire nel dettaglio come, quando, a chi fu segnalata la pericolosità della strada. Ricostruite anche le assemblee cui era intervenuta l’amministrazione provinciale. Anche due mamme, la cui testimonianza è stata raccolta sempre ieri, si erano interessate al problema. «Nel 2011/12 chiesi al Comune l’installazione di un semaforo a chiamata» spiega una di loro, «mi risposero che spettava ad Anas, che a sua volta rispose che era di competenza comunale. Tornai dai vigili, che mi ripeterono che al di fuori dei centri abitati spettava ad Anas. Riscrissi alla società ma la risposta non cambiò e quindi tornai in Comune».


A gennaio il processo continuerà con la testimonianza del consulente dell’accusa e con i testimoni della difesa. La parte civile ha sollevato un’eccezione su alcuni nomi che verranno sentiti sulla dinamica del sinistro - per il quale si è già svolto un processo che ha visto la condanna passata in giudicato dell’autista Luciano Possamai - ma per il giudice Angela Feletto quei testimoni vanno sentiti, per quanto doloroso possa essere ricostruire quel drammatico 9 marzo.


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