La montagna piange Oddone “Topo” Zasso

Guidò il Soccorso alpino per cinque lustri. Trascinatore e altruista, rifiutò il titolo di Accademico del Cai. Lagunaz: «Con lui nessuno di noi si è mai fatto male» 

AGORDO

Cercano nel loro dizionario i nomi per definirlo, gli aggettivi per tracciarne la personalità, le imprese. Servono tante parole agli uomini della stazione del soccorso alpino di Agordo per dire chi era il “Topo” che ieri a 91 anni è morto all’ospedale di Agordo dove era stato ricoverato dopo una caduta sabato nella sua casa di via Carrera.

Si chiamava Oddone Zasso ed era stato capo del soccorso alpino di Agordo ufficialmente dal 1965 al 1979, in pratica dal 1954 al 1979 perché Mario Facciotto, di cui era vice, era spesso lontano per lavoro.

Venticinque anni alla testa di uomini che, quando ancora non c’era l’elicottero, salivano le cime in condizioni estreme per recuperare altri uomini. Vivi o morti. «Con lui», racconta Roberto Lagunaz, suo successore, «nessuno di noi si è mai fatto male».

«Andavamo tutti nella sede del soccorso che al tempo era nella sua tipografia di viale Sommariva», aggiunge Egidio Sorarù capostazione negli anni Novanta, «e il Topo apriva una bottiglia perché bisognava sottolineare il momento, anche quando avevamo recuperato un morto, perché, comunque, eravamo riusciti a restituirlo ai famigliari».

In lui non c’erano solo grandi doti fisiche e atletiche, il coraggio e l’altruismo (era stato donatore di sangue). C’era la stoffa del leader fatta di carisma, determinazione, capacità di leggere le situazioni, conoscenza dei propri uomini.

«A quei tempi», dice Eugenio Bien, uomo del soccorso alpino ed ex presidente della sezione agordina del Cai, «partivi per un soccorso e stavi via tre giorni fuori dal mondo. Avevi solo la radio per parlare con gli altri. Quelle della squadra guidata dal Topo erano imprese e lui sapeva interpretare il suo ruolo in modo perfetto: certo gli veniva istintivo, ma era in grado di tenere a freno quelli più irruenti, anche quando la situazione sbandava sotto la tempesta o nella bufera lui teneva la barra diritta, aveva sempre un comando preciso. E ai suoi uomini voleva un bene da matti anche se non lo dimostrava, ma quando alla cena si beveva qualcosa lui ti stava abbracciando idealmente come dire “Siete miei”».

Per Egidio Sorarù quella del Topo più che una squadra era un gruppo di amici. «Pochi in Dolomiti erano in grado di fare quello che facevamo noi in quegli anni», dice con orgoglio Lagunaz, uno di quegli amici, «lui per me è stato un grande personaggio». A tutto tondo, si potrebbe dire.

A renderlo tale ha infatti contributo anche il carattere schietto, schivo, burbero, anticonformista. Quando nel 1979 lasciò la guida del soccorso, lasciò anche la squadra e non tornò mai indietro nella sua decisione. Non partecipò più nemmeno alle cene. «Non era mica un uomo facile», ricorda Lagunaz, «non ammetteva che qualcuno lo contrariasse. Abbiamo avuto i nostri scontri anche perché sono simile a lui».

«Quando con Eugenio Bien andavamo a trovarlo», racconta Giorgio Farenzena, capostazione dal 2002 al 2014, «all’inizio era ritroso, sembrava non avesse niente da dirti. Poi si scioglieva, iniziava a snocciolare aneddoti e non finiva più».

Su di lui ne racconta uno Eugenio Bien ed è esemplificativo del suo modo di essere. «Il Topo non è stato solo un grande soccorritore», dice – ma anche un fortissimo alpinista (il suo capolavoro la fessura sulla parete nord ovest tra la prima e seconda Torre del Camp), uno dei più forti di quegli anni in Italia, anche se non voleva ammetterlo, perché non riconosceva come enormi le sue qualità, cosa che invece facevano gli altri. Mario Stenico, capostipite degli accademici del Cai, voleva fare accademico pure il Topo. Ma al Vazzoler lui rifiutò e disse che se avessero fatto una cosa del genere avrebbe piantato un casino».

Un faro per le future generazioni di soccorritori che amava i riflettori spenti e che comunque, come dice Giorgio Farenzena, continuerà a far parlare di sé. «Ogni due storie che Eugenio ci racconta», dice Diego Favero, attuale capo del soccorso alpino di Agordo, «una parla del Topo. A me piace leggere i rapportini dei soccorsi dell’epoca in cui trovo la sua firma e mi fa sempre pensare che magari facevano tre giorni di soccorso e scrivevano quattro righe. Nessun auto-elogio eppure facevano cose incredibili».

I funerali con rito civile si svolgeranno domani alle 10. 30 al cimitero di Agordo. —


 

Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi