«In provincia tanti gay restano nell’ombra per paura»

BELLUNO. «Lesbica di m...», «Fai schifo». Siamo alla fine del 2012, ma a sentire certi discorsi sembra di essere negli anni Trenta. L'omosessualità, nel Bellunese, resta un tabù difficile da...

BELLUNO. «Lesbica di m...», «Fai schifo». Siamo alla fine del 2012, ma a sentire certi discorsi sembra di essere negli anni Trenta.

L'omosessualità, nel Bellunese, resta un tabù difficile da superare. Per gli etero, soprattutto, ma il loro giudizio si ripercuote a cascata su molti gay: che fingono di non esserlo o lo dimostrano solo lontano dalla propria terra, dove nessuno li può additare.

«Sono attacchi gratuiti, che deludono», racconta Eva Vedana. Lei, feltrina, si batte perché anche nel Bellunese vengano istituiti i registri delle unioni civili, è omosessuale dichiarata, e ogni tanto le capita di sentirsi rivolgere gli appellativi di cui sopra. «Li senti, i commenti», continua. «Ma ormai ci passo sopra. Non siamo persone diverse, né malate, come ci volevano far credere quand'ero adolescente. All'epoca (Eva ha poco più di 30 anni, ndr) l'omosessualità era associata all'Aids, era vista come una malattia». Quando Eva ha capito di provare attrazione verso le donne, ha provato a rinnegare la sua natura, ma poi ha capito che non poteva farlo: «Non è giusto, perché non si vive bene. Ho una compagna, ma non ostento la mia omosessualità. Ci sono tante persone che preferiscono non dichiararsi, vivere nell'ombra, ma secondo me è un limite: più ti nascondi e meno sei forte. Io farei coming out altre mille volte, se dovessi, non mi sono mai pentita di essermi dichiarata».

Altri bellunesi, però, faticano a vivere la loro omosessualità come Eva: «Tanti hanno paura della reazione delle famiglie, o dei colleghi di lavoro», continua. «Temono di essere etichettati come diversi, additati, oggetto di commenti come quelli che capita di sentire a me. Così evitano di dire che sono gay».

Non manca nemmeno chi si è creato una “copertura”, fino a che ce l'ha fatta, sposandosi e avendo dei figli. Salvo poi chiedere il divorzio e incominciare una nuova vita con il compagno che si è sempre voluto avere al proprio fianco. «Forse tanti anni fa era diverso, si faceva ancora più fatica a vivere in questo contesto da omosessuali», spiega Eva.

«Anche oggi, comunque, tanti omosessuali preferiscono non incontrarsi qui. Vanno a Treviso, Padova, dove nessuno li conosce, dove possono incontrare altri gay e vivere tranquilli senza che nessuno li etichetti come diversi». Vergogna, pudore, riservatezza, sicuramente paura del giudizio di una società che ha veramente ancora tanta strada da fare in questo campo. (a.f.)

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