«Impotenti di fronte alla rabbia del Piave»

Don Pietro Da Gai, parroco di San Pietro di Cadore ricorda i lutti le distruzioni, le richieste di aiuto alle istituzioni di una vallata in ginocchio
Di Stefano Vietina

COMELICO. Solo qualche settimana prima, il 28 agosto 1966, c’era stata la grande festa della montagna in Val Visdende.

«Era presente tantissima gente - ricorda don Pietro Da Gai, parroco a San Pietro di Cadore dal 1964 al 2001 - anche con la partecipazione del ministro dell'Agricoltura e delle foreste Mario Ferrari Aggradi per l’inaugurazione della nuova strada; strada che fu completamente distrutta anche quella il 4 novembre successivo, il giorno del disastro».

«In Comelico 52 case completamente asportate dal Piave, 254 persone senza casa, le quattro segherie, importanti fattori dell'economia locale, spazzate via, le due occhialerie esistenti gravemente danneggiate, l'impianto minerario di Salafossa ancora una volta gravemente ostacolato nella sua attività con danno dei nostri lavoratori; innumerevoli fabbricati rurali semidistrutti; sconvolti da smottamenti i prati; i boschi atterrati metteranno in crisi i bilanci comunali. Nessun campo dell'economia locale è stato risparmiato. Non ci resta che la triste avventura dell'emigrazione, e per sempre».

Questo il triste consuntivo che il sindaco di allora di San Pietro, Arminio Cesco, fece al presidente del Consiglio Aldo Moro. Un resoconto fedelmente riportato proprio da don Pietro nel bollettino parrocchiale "Il Visdende", pubblicato a dicembre 1966.

E poi l'appello del sindaco: «Ci rivolgiamo all'Eccellenza Vostra fiduciosi ancora che la voce di San Pietro di Cadore non si perderà nel coro nazionale di lamenti e quindi con la speranza che i problemi creati dai mali che abbiamo esposto troveranno idonea ed immediata soluzione».

Commossa e pronta la risposta di Moro. «Nel giro doloroso che ho fatto in questi giorni e che mi ha portato a constatare le drammatiche situazioni in tante regioni d'Italia, ho voluto inserire una visita anche al Comelico che sapevo più duramente colpito».

Era il 21 novembre 1966, la prima volta che da Roma arrivava un Presidente del Consiglio, con una sensibilità ed una attenzione alla montagna che paiono non comuni, anche oggi. E Moro sottolineava che: «Quello che ho visto a San Pietro e a Santo Stefano mi ha dato la sensazione, anche se la neve tende a nascondere la verità delle cose, della terribile gravità della sciagura che vi ha colpiti».

Don Pietro Da Gai, nato il 4 gennaio 1929 a Rocca Pietore, è stato parroco di San Pietro dal 1964 al 2001. Era arrivato da poco, quindi, quando il piccolo Comune fu sconvolto dall’alluvione. Il suo ricordo è ancora vivo a distanza di 50 anni. «Mi sono mosso subito - racconta - e sono andato a Presenaio, ho incontrato dott. Paolo Zambelli, instancabile nel dare sostegno agli ammalati. L’ho visto camminare dalla mattina alla sera ed anche fino a notte inoltrata alla luce di una debole pila tascabile, ovunque ci fosse bisogno, perfino a Costalta dovette recarsi, e più volte, sempre a piedi».

Poi ricorda il sindaco Arminio Cesco, che si ferì nell'opera di soccorso, «ma nonostante questo usciva di casa per recarsi ad impartire ordini e disposizioni, camminava con due stampelle, come Enrico Toti».

Ed ancora Gigetto De Zolt, vittima dell'alluvione, 22 anni, a casa per 15 giorni di ferie. «Mentre vicino a casa sua si prodigava col badile per sgomberare dei massi di una frana caduta poco prima, una seconda improvvisa frana lo travolgeva e veniva così inghiottito dalla piena delle acque del Piave».

Ricorda poi il vescovo Gioacchino Muccin, che venne in elicottero a portare un po’ di viveri e ad incontrare i sacerdoti e la popolazione. E ricorda una mamma che a Presenaio gli affidò la sua bambina da portare in salvo dalle suore a San Pietro.

«Me la caricai sulle spalle, così com'ero con la tonaca, dopo aver dato una mano col piccone a creare qualche prima barriera con gli alberi abbattuti».

Negli occhi del vecchio parroco ricompaiono le tristi condizioni in cui venne ridotto dall’alluvione il paese di San Pietro di Cadore con le sue frazioni di Presenaio, Mare, Cimamare e Valle.

«Mutilato un po' dovunque nelle case, nelle strade, negli acquedotti, nei prati e nei boschi. Perfino i nostri morti quella volta non ebbero pace: una frana infatti asportò anche parte del cimitero. Ci siamo sentiti impotenti di poter fare qualche cosa per difendersi dalle acque rabbiose del Piave, che travolgevano e sradicavano senza pietà. La paura e il terrore invadevano gli animi di tutti, la tristezza ed il pianto erano sul viso di tutti in quei giorni».

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