Il presidente lancia l’idea «Belluno provincia-bio»

FELTRE. Belluno potrebbe diventare la prima “provincia bio” d'Italia. È il sogno del presidente del Parco delle Dolomiti Benedetto Fiori, che ieri ha lanciato l'idea raccolta dal consiglio direttivo,...

FELTRE. Belluno potrebbe diventare la prima “provincia bio” d'Italia. È il sogno del presidente del Parco delle Dolomiti Benedetto Fiori, che ieri ha lanciato l'idea raccolta dal consiglio direttivo, dando il via alla formulazione di un progetto da mandare poi alla ricerca di finanziamenti. Il piano è agli albori e parte con una prospettiva molto ambiziosa, perché l'area protetta vuole coinvolgere i coltivatori in primis, ma anche i ristoranti, le attività ricettive, i Comuni e le associazioni di categoria per la costruzione di un grande distretto del biologico, che consentirebbe di realizzare diversi obiettivi: mantenere l'agricoltura in aree marginali è il primo, al quale si aggiungono a ruota il favorire il presidio del territorio e la prevenzione dei rischi di dissesto idrogeologico, contrastare l'impatto ambientale dell'agricoltura intensiva (soprattutto nelle aree di fondovalle), e infine promuovere turisticamente l'intero bellunese, abbinando l'immagine di provincia delle Dolomiti a quella di provincia bio.

«L'agricoltura biologica su un ampio territorio, ad oggi sostanzialmente non interessato dall'uso massiccio di fitofarmaci, permetterebbe inoltre di risolvere a monte molti dei problemi tecnici legati alla vicinanza con aziende agricole di tipo “tradizionale” e ai conseguenti fenomeni di deriva dei fitofarmaci, che affliggono i produttori biologici in altri distretti»: queste le considerazioni che hanno portato il consiglio direttivo dell'ente di villa Binotto a imboccare la strada indicata dal presidente. Certamente all'orizzonte – e nemmeno troppo distante – ci sono gli ostacoli economici, come evidenzia il consigliere Orazio Da Rold, nonché ex presidente di Coldiretti e titolare di un'azienda agricola che si chiede «chi sosterrà i costi». Per andare a caccia di finanziamenti però bisogna avere un progetto in mano ed è quello che il Parco alla fine ha scelto di fare, dandosi una possibilità di sognare. Anche perché «l'applicazione dei metodi dell'agricoltura biologica determina positive ricadute ambientali in termini di riduzione dell'uso di input chimici, conservazione e miglioramento della fertilità del suolo e mantenimento della biodiversità degli agro-ecosistemi». E considerata l'elevata valenza ambientale, anche nelle porzioni esterne al perimetro dell'area protetta, «appare dunque opportuno rilanciare le iniziative avviate dal Parco (come il progetto “Carta qualità”) per favorire la diffusione dell'agricoltura bio, estendendola all'intera provincia». (sco)

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