I piccoli Comuni si ribellano

«Nel decreto una grave mancanza di democrazia».  La manovra che dovrebbe tagliare quasi 2000 amministrazioni sotto i mille abitanti sta provocando una valanga di reazioni. I sindaci riuniti nell'Anci preparano una manifestazione a Milano per il 29 agosto
Renzo Bortolot e la sede della Magnifica
Renzo Bortolot e la sede della Magnifica
BELLUNO
. I piccoli Comuni non ci stanno. La manovra che dovrebbe tagliare quasi 2000 amministrazioni sotto i mille abitanti sta provocando una valanga di reazioni. I sindaci riuniti nell'Anci preparano una manifestazione a Milano per il 29 agosto, e si ritroveranno a parlarne in sede Anci il 25. Ma si muovono anche i bellunesi. Ieri nella sede della Magnifica Comunità del Cadore si sono ritrovati i sindaci di 10 comuni cadorini. A Pieve si sono ritrovati i sindaci di Borca, Cibiana, Danta, Lorenzago, Ospitale, Perarolo, San Nicolò, Vodo, Zoppè. Mancava Selva di Cadore, ma il sindaco aveva già fatto sapere a Renzo Bortolot, il presidente della Magnifica Comunità del Cadore, che è perfettamente d'accordo con le perplessità e le proteste dei colleghi.


La prima considerazione scaturita dalla riunione è «la grande confusione giuridica contenuta nel decreto del governo. Si pensa di ridurre i costi della rappresentanza politica nei comuni sopprimendo il consiglio comunale e la giunta e quindi ogni rappresentanza democratica, istituendo di fatto il sindaco podestà, come esisteva in altri tempi». Il decreto infatti «salva» nei piccoli Comuni sotto i mille abitanti solo il sindaco, eletto direttamente dai cittadini. Nascono le Unioni municipali, formate solo dai sindaci dei Comuni vicini che abbiano meno di mille abitanti.


Quanti comuni vicini? Fino a formare una realtà di almeno cinquemila abitanti, dice il decreto. Situazione che in provincia di Belluno non esiste: servirebbe una decina di Comuni tutti vicini per arrivare a quella soglia. Quindi un paesone di cinquemila abitanti governato senza una minoranza e quindi senza una vera democrazia. E' la mancanza di democrazia, che si verrebbe a creare in queste realtà municipali fatte solo di sindaci podestà, a non essere accettata: «Noi esprimiamo la nostra sorpresa e disappunto per il clamoroso silenzio che su questo argomento si è registrato da parte dei nostri rappresentanti in Provincia, Regione e Parlamento.


Una assenza politica di chi non ha saputo vedere che questa normativa è un vero e proprio attacco alle nostre piccole comunità e un impoverimento per la montagna e per i suoi abitanti» dicono i primi cittadini. Che cosa contiene davvero il decreto? «E' il taglio di oltre ventimila posti di volontariato, non certo di poltrone politiche come qualcuno vuol far credere per distogliere l'attenzione da ben altre situazioni di vero spreco».


Sono ventimila persone, i consiglieri comunali, che dedicano tempo sottratto alla famiglia per tenere in piedi le comunità. «Già oggi i servizi essenziali sono esercitati in forma associata magari proprio tramite le tanto vituperate comunità montane», aggiungono i sindaci cadorini. Si risparmia, con questa operazione sui piccoli Comuni? «I risparmi effettivi sono minori del costo annuo di tre deputati: i veri tagli saranno quelli dei servizi resi agli abitanti della montagna che oggi i piccoli Comuni riescono a garantire, essendo più vicini alla gente». Ma cosa succede in Europa? I sindaci portano il caso della Francia dove ci sono 36.500 comuni (in Italia 8.100). Nel decreto c'è poi un paradosso, anche poco comprensibile.


Mentre si parla diffusamente dei Comuni sotto i mille abitanti da accorpare ad altri Comuni sotto i mille abitanti, nel caso in cui un Comune sotto i mille sia vicino solo a Comuni sopra i mille abitanti, ebbene, tutto resterebbe come è oggi: il piccolo Comune avrà il sindaco, la giunta, il consiglio comunale. E' il caso di Soverzene, ad esempio. Confina solo con Comuni più grandi.

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