I negozi chiudono: colpa delle mille tasse

di Francesco Saltini
BELLUNO
«Le liberalizzazioni? Inutili per commercianti e consumatori. Servono più soldi nelle tasche della gente». A parlare è Franco Debortoli, presidente provinciale dell’Ascom, preoccupato per le ripercussioni che la crisi sta avendo sul settore dal lui rappresentato.
Liberalizzazioni inutili. Per Debortoli l’effetto delle liberalizzazioni sugli orari di apertura dei negozi non avrà grosse ripercussioni in provincia: «Nel Bellunese ci sono tanti comuni turistici e città d’arte, dove la liberalizzazione degli orari esiste da tempo. Qualcosa cambierà nel capoluogo, ma chi parla di benefici per il settore fa solo demagogia. Se vogliamo far rifiorire l’economica, bisogna stoppare i rincari e bloccare tasse e “tassette”, rimettendo i soldi in tasca al consumatore».
La crisi c’è. «Non possiamo nascondere l’evidenza», spiega Debortoli, «il commercio, come il turismo, sono settori legati all’industria. Se quest’ultima funziona, i benefici sono per tutti. È una sorta di catena. Con l’aumento della disoccupazione, cresce la sfiducia, che porta il consumatore a centellinare le spese».
I negozi chiudono. Nel 2011 è aumentato il numero dei negozi che hanno deciso di chiudere i battenti: «Ad abbassare le saracinesche», dice il presidente Ascom, «sono soprattutto le aziende storiche, che chiudono per raggiunti limiti d’età del titolare. Queste aziende, non trovando una nuova collocazione sul mercato, sono costrette ad alzare bandiera bianca».
E poi c’è il problema legato al turnover delle aziende giovani, che in media hanno una vita di 16-18 mesi: «Il problema è presto spiegato: al giorno d’oggi mantenere aperta un’attività, tra burocrazia, tasse e altri balzelli nascosti, è diventata un’impresa, specie da noi, dove il bacino di utenza è limitato. Qualcuno mi vuole spiegare perché un’azienda deve pagare ogni anno cento euro per la verifica fiscale del registratore di cassa? Ma questo è soltanto un esempio: ci sono decine di queste tasse nascoste, che portano a regalare migliaia di euro ogni anno».
La grande distribuzione. I centri commerciali proliferano. A mesi dovrebbero aprire il nuovo Famila a Feltre e il grande centro di Paludi: «E il bacino d’utenza è sempre quello», tuona Debortoli, «checché se ne dica, questi centri commerciali non portano mezza persona in più in provincia rispetto al bacino naturale d’utenza. Alla fine questi centri affossano le nostre professionalità e non portano un posto di lavoro in più: è vero che assumono una ventina di persone, ma risponde al vero che l’apertura di questi centri tolgono lavoro ai negozi, che sono costretti a chiudere o a licenziare».
La montagna soffre. I piccoli negozi di montagna sono sempre più in sofferenza: «La concorrenza della grande distribuzione aumenta, le spese idem e la montagna non può che arrancare. Per i tradizionali negozi di paese, quelli a conduzione familiare, tra tasse e l’inutile burocrazia, è sempre più difficile non sprofondare. Servono valori e soprattutto nuove regole».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi








