I Messner sono tornati a casa
ANTERSELVA. Sono rientrate ieri le salme di Martin e Bernhard Messner, i due cugini di Anterselva, 58 anni il primo e 41 il secondo, morti venerdì, uccisi da una valanga sul Cristallo, che per loro si è trasformato in una trappola mortale. La gente di Anterselva, intanto, si è stretta, e ha letteralmente fatto muro, attorno a Thomas, il ventiduenne figlio di Martin, che era con papà e con Bernhard in quella maledetta giornata di scialpinismo, che era al centro della fila da tre che ha iniziato a scendere, nella conca dominata dalle Creste Bianche, e pochi secondi dopo è stata travolta dalla valanga. Destino vuole che Thomas riesca a galleggiare sulla neve; un miracolo, visto che di solito le valanghe sono devastanti nella loro parte centrale. Il ragazzo si libera da solo dal leggero strato di neve che lo ha sepolto e lancia l'allarme e poi in preda alla disperazione, si getta alla ricerca dei familiari. Un disperato tentativo vano. Ecco, adesso è a lui che i famigliari per primi, e tutta la comunità di Anterselva, si sono stretti attorno, cercando di consolarlo, cercando di lenire il suo dolore parlando della fatalità, della passione per la montagna che a volte può portarti via mentre gioisci per il contatto con quella montagna, pur sapendo che può essere traditrice.
Per il resto nient’altro poteva arrivare a completare una cronaca chiara, senza punti oscuri a lasciare dubbi. Il Soccorso alpino della Guardia di finanza bellunese ha il compito di ricostruire la tragedia e pur se l’indagine non è stata ancora formalmente chiusa, non sembrano ipotizzabili responsabilità da parte di terzi. Ieri, finalmente, il paese di Anterselva ha accolto le salme di Martin e Bernhard. Torneranno fra la loro gente, nel loro paese, in quella comunità di Anterselva che ha dovuto, ancora una volta, piangere due suoi componenti, traditi dalla passione per la montagna, per lo sci sulla neve incontaminata, fuori dalle piste battute, che tanto incanta ma che a volte, troppe volte, può tradire e avvolgerti nell’abbraccio gelido della neve e della morte. Perché in montagna, purtroppo, non esiste mai il rischio zero, la sicurezza di fare la cosa giusta.
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