«Eravamo sempre esposti all’amianto»

PIEVE D’ALPAGO. Nel 2007, a oltre dieci anni dal fallimento dell’azienda, la malattia si portò via il primo degli ex dipendenti della Turbo di Pieve d’Alpago, ma furono almeno tre i morti in seguito alle complicazioni portate dalle placche pleuriche. Da quel momento lo Spisal decise di sottoporre tutti i lavoratori della Turbo di Pieve d’Alpago a uno screening che evidenziò la presenza di placche pleuriche in molti degli operai esposti per anni alle polveri dell’amianto. Per ora stanno bene, vivono consapevoli di un rischio terribile, ma hanno un obiettivo: ottenere giustizia.
Tre di loro hanno testimoniato ieri nel processo a carico di Giovanni Boschetti, 72 anni, amministratore delegato e direttore tecnico dal 1987 al 1990 quand’era socio del fondatore Carlo Genoria scomparso nel 2002 (difeso di Massimiliano Paniz), Wilmer Genoria, 53 anni, consigliere e amministratore delegato tra il 1990 e il 1995 (avvocato Massimo Montino) e Ivan Genoria, 48 anni, consigliere e vicepresidente di Turbo spa tra il 1990 e il 1994 (avvocato Mario Mazzoccoli), accusati di lesioni colpose gravi e violazione del decreto presidenziale 303 del 1956, che attribuisce ai datori di lavoro, ai dirigenti e ai loro preposti la responsabilità di spiegare ai lavoratori a quali rischi sono esposti e le norme di prevenzione. Le parti civili sono quattro ex dipendenti, l’Associazione italiana esposti all’amianto e la Fiom.
Le testimonianze ascoltate ieri dal giudice Antonella Coniglio, pm di udienza Sandra Rossi, hanno confermato i racconti raccolti durante le indagini condotte dal sostituto procuratore Simone Marcon. I più esposti erano gli operai addetti alla manutenzione delle turbine in funzione nelle centrali termoelettriche di tutta Italia, ma non solo. Gli impianti, quasi tutti di Enel, venivano revisionati d’estate, a temperature difficili da sopportare e in ambienti costantemente saturi di polveri di amianto. Per evitare il surriscaldamento, infatti, le turbine (a volte lunghe oltre 50 metri) erano ricoperte di amianto, che andava demolito al momento della manutenzione, per poter raggiungere la struttura. In teoria il lavoro era affidato a una ditta specializzata, ma i dipendenti di Turbo rimanevano a fianco dei colleghi e respiravano quella polvere che si infilava nei loro polmoni, lentamente, per decenni. Le tute da lavoro venivano lavate a casa una volta alla settimana e la maggior parte delle protezioni venivano acquistate direttamente dagli operai, ma si trattava di mascherine di carta pressoché inutili, come gli aspiratori presenti nelle centrali. Qualcuno diceva: «quella polvere fa male», ma nessuno sapeva quanto fosse letale e le visite annuali (introdotte dopo l’80) non andavano a fondo. Altri tre testimoni della parte civile saranno sentiti nella prossima udienza del 22 settembre.
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