Emozione in aula per il caso Bonavera
BELLUNO. Al termine dell’udienza si è alzata e ha raggiunto quei giovani per dire loro di non abbandonare i loro sogni. È l’insegnamento che lei aveva dato anche a sua figlia cinque anni fa, prima del tragico incidente che strappò Martina alla sua famiglia.
Ieri in tribunale a Belluno si è svolta una nuova udienza del processo per omicidio colposo che vede imputati i dirigenti Anas Ettore De Cesbron De la Grennelais e Eutimio Mucilli. Questa volta, però, ad ascoltare le parole dei testimoni di accusa e difesa non c’erano solo i genitori di Martina Bonavera, che si sono costituiti parte civile. Durante l’udienza una classe del Catullo, la V CS, ha fatto il suo ingresso in aula accompagnata dal professore e avvocato Michele Nitti. I ragazzi hanno assistito per tutta la mattina alle udienze partendo proprio dal processo che punta a far luce sulle responsabilità penali dei dirigenti Anas nei confronti della giovane Martina, morta mentre attraversava la strada lungo la statale 50 all’altezza del bivio con Giamosa il 9 marzo 2013.
Una presenza che non è passata inosservata, dato che i ragazzi hanno proprio l’età che avrebbe Martina oggi. Non solo: come ha raccontato la madre della giovane agli studenti, Martina aveva intenzione di scegliere proprio il Catullo come istituto superiore e ha esortato i ragazzi e le ragazze presenti a non abbandonare i propri sogni. Parole che hanno commosso gli studenti - alcuni dei quali conoscevano Martina - e che hanno reso l’esperienza in tribunale ricca di emozione, oltre che formativa dal punto di vista puramente educativo.
I ragazzi a dire il vero se lo aspettavano un po’ diverso il tribunale, più simile all’ambiente ricco di suspense che si vede nelle serie tv. E invece si sono trovati di fronte ad una lunga serie di deposizioni da parte dei testimoni, oltretutto molto dettagliate dal punto di vista tecnico.
Non sono mancati, però, i momenti di attrito in aula tra l’avvocato Chiara Tartari, difensore della parte civile, e l’avvocato della difesa Raffaella Rizzo per lo studio Ripamonti di Milano. Domande e opposizioni mediate dal giudice Angela Feletto che ha ricordato più volte quale fosse il focus del dibattimento: la responsabilità penale dei dirigenti Anas. La dinamica dell’incidente, infatti, è stata già affrontata nel processo a carico dell’autista del furgone che investì Martina e che l’ha visto condannato in via definitiva.
Riflettori puntati, dunque, sulla statale 50 e su quel tratto che Martina, e molti altri ragazzi come lei, si trovavano ad affrontare ogni giorno. Secondo l’ingegnere Pierluigi Zamuner, che nell’altro processo fu nominato consulente tecnico, all’epoca dei fatti i pedoni avevano due alternative, entrambe in contrasto con quanto prevede il Codice della strada: attraversare la statale fuori dalle strisce pedonali per raggiungere immediatamente il marciapiede dall’altro lato o percorrere la stretta banchina nel senso di marcia delle auto, circostanza appunto vietata dalla legge. «In questo» spiega Zamuner, «sta la pericolosità dei luoghi». Il punto in cui, secondo la sua ricostruzione, Martina avrebbe attraversato la strada era «il più naturale» per un pedone: quello dell’intersezione con via Giamosa. La difesa ha chiamato a testimoniare il passeggero che era a bordo del furgone che quella mattina investì Martina chiedendogli di ricordare il punto esatto in cui avvenne l’impatto: secondo il testimone, cinque metri dopo l’intersezione con via Giamosa. Acquisita anche la relazione, prodotta dalla parte civile, che la Polstrada fece ad Anas rispetto al limite di velocità in quella zona.
Un caso decisamente complesso che si avvia verso la sentenza: nel corso della prossima udienza, il 24 maggio, verranno sentiti altri testimoni della difesa e ci sarà l’esame degli imputati. Dopo di che toccherà alla discussione, già fissata per il 4 giugno.
Valentina Voi
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