È nata La Nina, la grappa della tradizione bellunese

QUERO VAS. Torna la Nina sulla tavola dei bellunesi, e non solo. «La Nina è la tradizionale grappa fatta in casa, tipica della Valbelluna e della pedemontana veneta», spiega Vincenzo Agostini, «frutto degli alambicchi domestici, spesso di grado elevato, a volte anche eccessivo, distillata a fine autunno come un sacro rito contadino. Una grappa che veniva prodotta anche nelle numerose distillerie del bellunese che oggi non ci sono più».
L’unica rimasta oggi a Belluno è proprio la Distilleria Le Crode che Agostini ha rilevato a Vas recuperando uno storico impianto a vapore risalente ai primi del Novecento. «Ovvio dunque che la Nina non potevo che rifarla io». Si tratta della madre di tutte le grappe, quella che Corrado Bosco, compianto presidente bellunese dell’Accademia della Cucina, definì come la “grappa feltrina, quella vera, senza etichette, oggi un po’ in disuso perché troppo forte e profumata, che Paolo Monelli giudicava tra le migliori d'Italia, limpida e schietta come il carattere dei montanari, una volta presente in ogni casa e gelosamente custodita come panacea universale, consolatrice del freddo, delle paure e degli affanni, ma soprattutto buona, buona, buona!”.
«Sono riuscito a riproporla», commenta Agostini, «anche grazie al fatto che la viticoltura del Feltrino oggi conosce una vita nuova. Sono dunque disponibili le vinacce che rendono la Nina un prodotto unico nel suo genere. La ricavo infatti, distillando in autunno le vinacce fresche dei vitigni storici Pavana, Gata e Bianchetta». È ovviamente un prodotto di nicchia, di quantità limitata, nell’ordine di alcune centinaia di bottiglie: «La Nina, che fa 43 gradi, è limpidissima, ha profumi floreali come di primavera, e al gusto esprime una freschezza unica nel suo genere».
E come sta andando? «Ha subito incontrato l'apprezzamento dei tanti appassionati che amano la grappa bianca, pulita, non colorata o aromatizzata. La Nina ha clienti italiani e stranieri. Qualche giorno fa, per dire, me l'ha acquistata un olandese dell’Aja; poi un locale di Milano e prossimamente la presenterò a Roma. Devo dire che sempre di più anche la ristorazione bellunese cerca prodotti tipici di qualità, e la Nina è fra questi. Ho presentato La Nina 2017 anche alla Festa di Primavera di Villa Pat dello scorso fine settimana».
La Nina è dunque un’essenza tutta bellunese, fatta del lavoro di tante persone, dei giovani e non solo che hanno ripreso a fare vino con passione. «Io», prosegue Vincenzo Agostini, «sono come al termine di questo processo: ho cavato la Nina dal tempo e dagli anni e, come una bella storia, l’ho raccontata di nuovo. Magari ne avessi di più; ma voglio rispettare rigorosamente la sua storia e la sua identità bellunese: dunque tanta Nina quanto è la vinaccia che riesco ad avere dai viticoltori bellunesi. E da tale categoria escludo ovviamente le aziende di fuori provincia che coltivano la Glera per farne prosecco. Negli anni prossimi conto comunque di aumentare la produzione, in modo da assecondare le richieste sempre più numerose».
La Nina ambasciatrice del bellunese, dunque, ad iniziare dalla stessa etichetta. «Sì, poiché mi piacciono le cose belle, ho chiesto al maestro Vico Calabrò di disegnare l’etichetta che riporta, con il linguaggio immaginifico proprio di Vico, la città di Belluno».
Vincenzo Agostini, personaggio poliedrico e scrittore, ha deciso qualche anno fa di dedicarsi alla produzione di grappa di qualità. Così ha trasferito il suo centro operativo a Caorera, dopo aver rilevato la Distilleria Le Crode, sulla sinistra Piave nel tratto fra Vas e Lentiai.
«Le grappe che facciamo» spiega Agostini, «sono di monovitigni tipici della zona: Prosecco, Raboso, Cabernet, Uva Fragola, Merlot, Chardonnay. Inoltre abbiamo il distillato di ciliegie dei colli Asolani e la grappa al Malto e Luppolo. Un prodotto di qualità, esclusivo, non presente nella grande distribuzione, ricercato e raffinato. Da intenditore insomma. Ed accanto alla Nina, da alcuni mesi abbiamo iniziato a commercializzare la Querovas, grappa fine di pura vinaccia tradizionale a 50 gradi».
Secondo Agostini, la Nina ha «un valore identitario enorme, perché fa parte di quei tesori di storia e di memoria bellunesi che non possano assolutamente lasciar perdere. Ecco perché una bottiglia di Nina è molto di più di una bottiglia di grappa».
Stefano Vietina
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