Donne-lavoro: sottopagate e precarie

Spesso la retribuzione reale è inferiore a quanto riportato in busta paga, ma le lavoratrici per paura non denunciano
manifestazione contro la violenza alle donne
manifestazione contro la violenza alle donne

BELLUNO

Donne discriminate sul posto di lavoro. Per la maternità, ogni anno un centinaio di lavoratrici, in provincia di Belluno, si dimettono entro i primi dodici mesi di vita del figlio. E questo per la mancanza di una rete parentale di sostegno, per l’elevato costo dei servizi (asili nido o scuole materne) o per la mancata possibilità di avere una riduzione dell’orario di lavoro. Sono donne tra i 26-30 anni che poi fanno fatica a reinserirsi nel mondo del lavoro, anche perché, vista la crisi e la contrazione dei redditi delle famiglie, conviene di più che una donna resti a casa ad accudire figli e anziani che pagare qualcuno per questo.

Donna penalizzate anche nei contratti di lavoro, che sono sempre più occasionali (aumentati del 40% nell’ultimo anno) e molto spesso costrette a firmare le dimissioni in bianco al momento dell’assunzione.

Ma il fenomeno preoccupante che sta avanzando riguarda le donne che percepiscono uno stipendio inferiore a quanto riportato nella busta paga. Episodi che per l’ispettorato del lavoro diventano difficile, se non impossibile, riuscire a smascherare sia perché le donne non si fidano a denunciare il fatto per paura di ritorsioni, sia perché a livello burocratico tutto appare regolare.

Sono queste le situazioni emerse nell’incontro pubblico svoltosi all’Iti Segato e organizzato dal gruppo “Donne Senonoraquando” a cui hanno partecipato Cinzia Teodoro, ispettrice del lavoro, il sociologo Diego Cason, la consigliera di pari opportunità Laura Turchetto e la sindacalista Denise Casanova. «Le donne restano discriminate nel mondo del lavoro, e la crisi non ha fatto altro che mettere in risalto come la loro attività sia sempre secondaria rispetto a quella del capofamiglia. La situazione peggiore è che ci sono situazioni particolari e poco regolari che non emergono, perché spesso le donne hanno paura e stanno zitte», ha detto Turchetto.

E se negli ultimi cinque anni è peggiorato l’indice di accesso delle donne al mondo del lavoro (calo del 5-6%), «si sono ridotte anche le imprese “rosa” e la presenza del sesso “debole” al comando di imprese. Si conferma ed aumenta, invece, la netta prevalenza di donne negli impieghi a tempo determinato, anche se la crisi sta equiparando entrambi i sessi per quanto riguarda l’uscita dal mondo del lavoro», ha commentato Cason.

Ma in questo quadro non certo roseo, ad aumentare pericolosamente è il ricorso al lavoro nero, come ha fatto notare l’ispettrice Teodoro. «Nei primi dieci mesi dell’anno, abbiamo scoperto 86 lavoratori in nero: 36 extracomunitari, 53 uomini e 33 donne. E tra questi ci sono anche sei minori di 18 anni e due addirittura al di sotto dei 16 anni, età minima consentita per legge per l’avvio al lavoro. In crescita, anche se difficilmente dimostrabile, i casi di utilizzo di donne, assunte con contratti a chiamata, per molte più ore di quelle richieste».

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