Disabili, a rischio il modello Sama

BELLUNO. I buoni risultati del modello bellunese per l’inserimento nel mondo del lavoro di persone disabili e svantaggiate potrebbero essere messi a rischio. Tutta colpa del dibattito intavolato da qualche tempo per trattare la modifica dell’articolo 7 della convenzione quadro del Veneto, che svincola le imprese che devono assumere obbligatoriamente lavoratori svantaggiati dalle cooperative sociali di tipo B, che possono accompagnarle in questo percorso.
«A prevalere sarà il modello delle cooperative di Treviso e del basso Veneto, un modello che implica un aumento dei costi in base al numero e alle competenze dei lavoratori disagiati impegnati», spiega Francesco Scandolo, presidente della cooperativa La Via di Agordo che gestisce lo stabilimento Sama di Sedico. «Questo andrebbe a svantaggio di aziende medio-grandi: vedendo incrementare la spesa di affido delle quote di lavoratori obbligatori, potrebbero scegliere altre vie per gestire questi lavoratori, anziché affidarsi allo stabilimento Sama».
Chi lavora oggi nello stabilimento di Sedico della cooperativa si occupa di commesse che arrivano da alcune delle grosse industrie bellunesi dell’occhiale e della catena del freddo, «se diventasse antieconomico per queste aziende affidarci la gestione dei lavoratori disabili», continua Scandolo, «le soluzioni potrebbero essere l’assunzione in proprio, magari relegando queste persone a lavori marginali al solo fine di coprire il numero legale di assunzioni obbligatorie, oppure il pagamento delle sanzioni civili piuttosto che assumere lavoratori più complessi da gestire. In entrambi i casi a venire meno sarebbe il valore formativo e inclusivo per questi lavoratori, cosa che minerebbe gli ottimi risultati che abbiamo già dimostrato con la sessantina di svantaggiati che abbiamo accompagnato in questo percorso di crescita da quando abbiamo cominciato la nostra attività».
Ciò che è stato realizzato allo stabilimento Sama di Sedico è un modello unico nel suo genere che sta dando i risultati sperati: «Quasi tutte le cooperative di tipo B come la nostra», continua Scandolo, «lavorano con il pubblico, noi abbiamo creato un modello che funziona anche con il privato e negli anni abbiamo visto tornare alla normalità decine di persone, arrivate da noi senza autostima, senza un obiettivo e sempre dipendenti dagli altri. Persone che hanno terminato il ciclo di recupero come se fossero rinate, consce di contare qualcosa in società e di non essere diversi dagli altri lavoratori. Il nostro stabilimento è strutturato come una fabbrica a tutti gli effetti: i lavoratori entrano, timbrano il cartellino, hanno un loro armadietto e poi lavorano al loro posto come farebbero in una qualsiasi azienda del territorio. Il nostro e quello che viene sviluppato in altre parti della regione sono modelli diversi, che si adattano a tessuti produttivi e realtà sociali e geografiche completamente differenti. Un’unificazione del sistema ridurrebbe fortemente gli effetti positivi che vediamo oggi nei lavoratori che seguiamo in cooperativa».
Fabrizio Ruffini
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