Apre un macello per ovicaprini e selvaggina

TAMBRE. Torna il macello in Alpago. Una struttura era sorta alcuni anni fa, ma poi per problemi economici aveva chiuso i battenti costringendo gli allevatori della zona e dell’intera Valbelluna a riferirsi alla vicina pianura trevigiana oppure nel Friuli Venezia-Giulia con conseguente aumento dei costi anche solo del trasporto degli animali.
Da qualche tempo, però, visto anche il successo del presidio slow food dell’agnello dell’Alpago, a Tambre un allevatore (lo stesso che aveva aperto qualche anno fa per poi richiudere) ha deciso di ritentare la sorte, in considerazione proprio del fatto che il mercato dell’agnello inizia ad essere fiorente. E così ha rimesso a nuovo la vecchia struttura che proprio in questi giorni il servizio veterinario dell’Usl n. 1 ha sottoposto a tutti gli accertamenti normativi e sanitari del caso. Il macello di piccole dimensioni rappresenta per l’Alpago e per gli allevatori di ovicaprini un’importante struttura che permetterebbe di fare praticamente “in casa” la macellazione abbattendo i costi. Ma per le sue dimensioni il macello si configura come una struttura esclusivamente per la macellazione di pecore, capre e anche selvaggina che venga poi destinata alla commercializzazione.
Attualmente, il cacciatore quando abbatte un solo capo può cederlo direttamente al dettagliante o tenerlo per consumo privato, ma se i capi sono molti, serve una struttura apposita per la macellazione.
Il macello deve rispettare i requisiti comunitari, deve avere percorsi specifici per il controllo e la gestione dei capi. Una volta ucciso, l’animale viene ispezionato dal punto di vista veterinario e poi diviso in tre parti al massimo. L'Usl deve dare parere di congruità alle norme che va trasmesso a Venezia che assegna un numero di riconoscimento sulla cui base l’Usl rilascia il decreto di riconoscimento del macello. (p.d.a.)
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