L’amianto nell’acquedotto imprenditore a processo

Un 79enne di Cirvoi malato di tumore porta in tribunale l’ex datore di lavoro Schermaglia tra difesa e pm sulla consulenza, a febbraio in aula la parte lesa
Di Gigi Sosso

BELLUNO. L'amianto nell'acquedotto. P.R. ha lavorato a contatto con questa sostanza cancerogena minimo due anni, tra il 1978 e il 1979. Tagliava con la mola a disco i tubi, senza particolari protezioni per la bocca, prima di interrarli nel sottosuolo di Belluno. A distanza di 35 anni, il 79 enne della frazione di Cirvoi lotta contro un inesorabile tumore a un polmone dal nome complicatissimo di mesotelioma pleurico. In altre parole, gli si forma del liquido nella pleura, la membrana che riveste i polmoni.

Per questo male, il suo vecchio datore di lavoro Mosè Viola è imputato per lesioni personali colpose. Di fronte al giudice Antonella Coniglio, ieri è stata sentita l'ufficiale di polizia giudiziaria Mariagrazia Smaniotto, che ha cominciato col raccontare che, se è compatto, l'amianto non è pericoloso. Ma lo diventa, e in maniera addirittura letale, quando viene trattato. È così che le fibre cominciano a volare e ad attaccare le vie respiratorie, ma non solo quelle. La sostanza è contenuta nelle canne fumarie, nei serbatoi, nelle stufe, ma una volta esistevano addirittura delle piastrelle, molto simili al linoleum. Non era considerato pericoloso, anzi lo si considerava un ottimo isolante.

Il difensore di Viola ha incalzato la donna, per capire se l’uomo avesse avuto altri incontri ravvicinati con l’amianto, arrivando fino all’età di 21 anni e al servizio militare nell’artiglieria contraerea e a un lavoro precedente in Svizzera, nelle vicinanze di uno stabilimento che utilizzava eternit di nome Omega. Il dato oggettivo è che negli anni Settanta e Ottanta non si conoscevano ancora i suoi effetti devastanti, in più ci vogliono sempre tra i venti e i quarant’anni perché si produca un tumore. Insomma, le causa delle sua insorgenza vanno ricercate anche molto indietro nel tempo.

Chiaro che P.R lo trattava per mestiere e ne era a contatto per otto ore al giorno, senza sentire la necessità di fare particolare attenzione o addirittura d’indossare una maschera antigas, per limitarne, se non annullarne gli effetti negativi.

L’uomo non ha potuto essere presente in aula, perché sta vivendo un momento particolarmente critico della malattia. E l’udienza ha vissuto un momento particolarmente delicato, quando il pubblico ministero si è opposto alla rinuncia di un teste della difesa e alla produzione dell’analisi del consulente tecnico Giampiero Reginato. I due si sono messi a discutere di fronte alla parte civile Gino Sperandio, quando il giudice Coniglio era ancora in aula e si sono presi una solenne sgridata. Il processo riprenderà il 21 febbraio 2014, nel momento in cui saranno sentiti la parte offesa P.R. e il testimone delle stessa difesa Giovanni Viola.

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