Prade pronto a ricandidarsi: «La novità sono ancora io»

BELLUNO. Chiunque voglia conquistare Palazzo Rosso sa che deve fare i conti con lui, il sindaco uscente, il primo da sfidare. Antonio Prade è ancora in attesa, il Pdl non ha concluso il ragionamento sulle candidature e quindi l’avvocato deve tenere in freno a mano tirato, mentre alcuni tra gli avversari diretti ha già completato le presentazioni. Prade, però, è pronto: ha una lista civica che lo affiancherà in questa campagna elettorale e una macchina organizzativa lanciata. Durante il primo mandato Prade ha dovuto affrontare diversi ostacoli, messi sulla strada proprio dalla su stessa maggioranza.
Sindaco Prade, ha deciso di candidarsi per un secondo mandato?
«Sì, c’è bisogno di un secondo tempo per portare a termine alcuni grandi progetti avviati in questi cinque anni».
Il suo partito, il Pdl, però prende tempo, non ha ancora sciolto la riserva, il via libera alla sua ricandidatura non è ancora ufficiale. Lei cosa pensa?
«Aspetto che decidano. Io sono uomo Pdl: Alfano, Giorgetti, Zorzato hanno dato il loro benestare alla mia candidatura per un secondo mandato. Il travaglio a livello locale è un modo per smussare ogni angolo, è comprensibile».
Forse c’è qualcuno nel Pdl che non vorrebbe vederla ancora a Palazzo Rosso.
«Qualcuno scontento c’è di sicuro. Tutti sanno che non sono un politico, ma un amministratore che pensa solo agli interessi della città, ben sapendo che senza partiti non si va da nessuna parte. In questo momento storico tutti i partiti soffrono, nessuno può dirsi vergine di fronte a una crisi come quella che sta attraversando l’Italia e che ha richiesto l’intervento dei tecnici del governo Monti. La politica, in questa fase non ha avuto la forza di creare la spinta necessaria e si è rivelata una crisi di leadership importante».
E’ anche per questo che sta pensando di presentarsi con una lista civica?
«La lista è già pronta, c’è parecchia gente che ci lavora, ma ci sarà anche il partito».
In questi cinque anni è stata dura: risorse sempre più risicate, una maggioranza poco compatta, una squadra non sempre all’altezza. Più volte ha rischiato di non avere i numeri per continuare a governare. Cosa la spinge di più a riprovarci?
«Il progetto Abitare il Nevegal, l’unico vero piano strategico per questa città e per tutto il territorio provinciale. La scuola svizzera e tutto quello che potrebbe portare con sè sul Colle darà una prospettiva concreta al nostro territorio. E’ soprattutto per questo che voglio continuare, intendo portare a termine il progetto Abitare il Nevegal, con grande entusiasmo».
Lei è coraggioso, proprio su quel progetto si scatenano fin dall’inizio polemiche pesanti motivate dai costi della consulenza Luyét.
«Ma no! Il fatto è che, siccome lo propongo io, non va bene. E’ il solito criterio della politica che non mi piace, quello di chi dice “siccome non mi piace la pasta non mangio la carne”. E’ assurdo. Quel progetto è veramente importante e io non ho alcuna aspirazione futura, se non fare del bene alla città e penso di esserci riuscito, perché quando guardo Belluno oggi, vedo una città migliore di cinque anni fa».
In cosa la vede cambiata in meglio?
«In ambiente e pulizia ad esempio. Sono molto fiero della società Bellunum».
Gli alleati della Lega Nord potrebbero rivendicare qualche merito.
«No, quello che viene fatto da un’amministrazione è del sindaco. Poi, secondo le proporzioni, anche degli altri che io ho incaricato di occuparsene. Ma la persona che devo ringraziare è l’ingegner Gaspari. Nessuno può alzare la bandierina, nessuno ha titolo per dire “la Bellununm è mia”, detto questo chi ha lavorato bene avrà il giusto riconoscimento».
A proposito di società partecipate, c’è da dire che la Corte dei Conti vi scrive spesso e le pronunce sono pesanti.
«Nè più nè meno che agli altri Comuni. Se consideriamo tutte le opere realizzate non possiamo stupirci: non si fa così tanto senza rischiare. Il bilancio regge, con le normali difficoltà degli enti locali in questi anni».
Però i rilievi dei magistrati veneziani sono fondati.
«Alcune situazioni sono patologiche fin dall’inizio. Torniamo al 2007: le società del Comune avevano 11 amministratori, io li ho ridotti a quattro e questo è uno dei motivi principali che hanno fatto arrabbiare la mia maggioranza. Le partecipate nascono anche per metterci i trombati della politica, ma credo che di fronte a Bellunum e Sersa nessuno possa dire niente, sono state gestite bene. La Nis è un’altra storia e infatti l’abbiamo messa in vendita, come Dolomitibus. Non è più tempo per tenere partecipazioni del genere».
Torniamo alla sua candidatura. Qual è lo scenario di coalizione? Che tipo di campagna elettorale farà?
«Auspico che ci sia l’attuale coalizione. Farò una campagna originale, come cinque anni fa, lontana dai linguaggi abituali della politica e più diretta verso i cittadini, ma daremo un messaggio positivo della politica. Siamo sereni, non vogliamo fare polemiche, intendiamo dare messaggi positivi di speranza».
Preventivo?
«E’ presto, ma credo che sotto i 50 mila euro non si possa andare, cifra prudenziale».
Il partito aiuta?
Sorride, si capisce che la risposta è no. «Non è più tempo, ma questo rende liberi. Ho scritto un libro e spero che possa aiutare a finanziare la campagna elettorale, ma credo che almeno la metà della cifra sarà a mio carico».
Ne vale la pena? Sente aria buona?
«Sono diventato sindaco senza sapere dov’era il Comune e quella freschezza è intatta. La novità di questa campagna elettorale sono ancora io».
Chi la preoccupa di più tra gli avversari già noti?
«Il centrosinistra il generale mi sembra pericoloso».
Ma...
«Vincerò, perché il lavoro che ho fatto è molto apprezzato. Non so quale altro sindaco è stato capace di fare quanto me, di più era certamente impossibile. Sento aria positiva, fiducia da parte della gente».
Non è stato facile, lei è andato spesso a Roma e Venezia in cerca di fondi. Ci sono leader bellunesi in grado di aiutare i sindaci locali? Il territorio bellunese non soffre di carenza di leadership?
«Ho fatto 50 mila chilometri solo fuori Belluno e senza contare i voli. Mi sento un sindaco on the road. Ma è vero, la provincia di Belluno è grande, isolata e si fa fatica a fare sintesi. La storia parla di separazioni, la provincia è un’entità artificiale e la montagna è un ambiente difficile. L’ho visto in conferenza dei sindaci, dove il lavoro è sempre faticoso, bisogna far in modo di esser uniti e non è solo un problema politico, ma anche culturale».
E i nostri rappresentanti a Roma e Venezia?
«Siamo sempre riusciti ad arrangiarci, ma ho trovato persone che mi hanno aiutato molto: il presidente della Fondazione Cariverona, Sacconi, Paniz, Bond. Devo dire grazie a tanti, ho sempre trovato porte aperte. Non mi piace l’ingratitudine dei bellunesi. Il vero problema è la divisione di questa provincia».
Lei considera positiva la trasformazione della Provincia in ente di secondo grado. Non le sembra che i sindaci debbano fare i sindaci senza andare oltre, anche perché c’è qualche esempio fallimentare alle nostre spalle, tipo Bim Gsp. Le sembra giusto rischiare condanne alla Corte dei Conti?
«Un ente di coordinamento è necessario e non credo che si tornerà indietro. Pensare a cosa è giusto è fare filosofia, a me non piacciono quelli che pontificano, bisogna avere il coraggio di sporcarsi le mani anche se non sembra giusto, perché significa andare oltre il ruolo del sindaco. Ma l’Italia è fatta così, c’è tanto da cambiare. Io credo che un ente di secondo grado riuscirà a cancellare il dualismo Comuni/Provincia che è sempre stato negativo e guardo con grande favore al Consorzio Bim. Qualcuno si lamenta perché è un centro di potere: e cosa doveva essere, una debolezza? Meno male che c’è e che riesce a fare così tanto per i Comuni».
La sua squadra verrà rivoluzionata?
«Bisogna lavorare in continuità, ma non escludo cambiamenti. Non avremo vinto lo scudetto, ma forse con qualche punta in più possiamo farcela. Devo ringraziare tutti i miei collaboratori».
Cosa pensa del Bard e dell’allarme lanciato sullo spopolamento?
«Dobbiamo esser grati al Bard perché tiene desta l’attenzione sulle disparità tra noi e i territori autonomi confinanti. Sullo spopolamento credo che siamo in ritardo: queste riflessioni andavano fatte trent’anni fa, i meccanismi che condannano la montagna sono partiti da scelte degli anni 60-70. Veniamo da una cultura contadina ma la rifiutiamo come una vergogna, non siamo mai diventati operai e nel turismo stentiamo. La nostra debolezza oggi è soprattutto culturale, più che economica. Se non troviamo la nostra vocazione sarà sempre peggio».
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