I due focus di EssilorLuxottica: mercati emergenti e governance
LUIGI DELL’OLIO
Un colosso da 16 miliardi di euro di fatturato, una capitalizzazione di Borsa superiore a 50 miliardi e circa 150mila dipendenti nel mondo. Sono i numeri di EssilorLuxottica, gruppo nato ufficialmente il 1° ottobre scorso (dopo aver ottenuto tutte le autorizzazioni condizionanti delle autorità antitrust) dalla fusione tra l’azienda francese che era già leader mondiale nel comparto delle lenti oftalmiche e quella italiana, a sua volta numero uno nelle montature. Un passo compiuto con l’obiettivo di generare economie di scala in un settore che si avvia verso la maturità e di avere maggiore capacità d’investimento a fronte della concorrenza crescente.
Il gruppo agordino ha da poco comunicato i risultati finali dell’offerta pubblica di scambio che la porterà al delisting dalla Borsa italiana, con EssilorLuxottica che ha raggiunto il 97,542% del capitale. L’addio a Piazza Affari è previsto per il 5 marzo, anche se è forte la pressione da più parti (e anche il patron Leonardo Del Vecchio sarebbe orientato in questa direzione) affinché si possa successivamente puntare su una doppia quotazione, aggiungendo Milano a quella già prevista a Parigi.
Dal punto di vista societario, il primo azionista sarà la Delfin di Del Vecchio, che passerà dal 61,9% del capitale di Luxottica a una quota stimata intorno al 31% del nuovo gruppo. Tanto che l’imprenditore sarà il presidente esecutivo della società e amministratore delegato con pari poteri rispetto al vicepresidente e ad, Hubert Sagnieres, attuale numero uno di Essilor.
Questo almeno in partenza, dato che Del Vecchio vorrebbe nel ruolo di ad Francesco Milleri, che oggi occupa quella poltrona in Luxottica. Dal fronte francese (Essilor è una vera public company, con un azionariato fortemente parcellizzato e una quota importante – il 4% – in mano ai dipendenti) fanno resistenza, tanto che durante l’ultima assemblea diversi azionisti hanno chiesto di approfondire la posizione dello stesso Milleri. Un compromesso potrebbe essere trovato con la nomina di un direttore generale, al quale assegnare ampi poteri, che andrebbero a compensare la parte delle due che dovesse essere penalizzata su altri fronti. È stata decisa poi la piena parità anche in cda, con otto membri per parte. Al matrimonio i due gruppi arrivano in salute, nonostante il rallentamento della crescita economica a livello mondiale. In particolare, il gruppo italiano – che dal ritorno alla guida operativa del suo patrone, nel 2015, ha cambiato volto mettendo in campo una semplificazione organizzativa, il ricambio manageriale e una forte accelerazione sul versante della digitalizzazione – ha chiuso il terzo trimestre 2018 con un fatturato consolidato pari a 2,2 miliardi di euro, in rialzo del 3,5% a cambi costanti. Nei primi nove mesi ha registrato ricavi per 6,7 miliardi, in aumento dell'1,3% cambi costanti. Mentre Essilor nel periodo luglio-settembre ha registrato un giro d’affari in crescita del 5% a 1,81 miliardi di euro, con una forte spinta dai mercati emergenti.
Proprio questo dovrà essere il principale focus geografico del nuovo gruppo se vorrà mantenere un importante ritmo di crescita ancora per diversi anni. L’economia americana va bene, ma è un mercato maturo. L’Europa è la patria del nuovo gruppo, ma qui non si vede all’orizzonte un’accelerazione della crescita economica. La Cina e alcuni Paesi mediorientali, invece, conservano un ampio potenziale ancora inespresso. Serviranno nuove idee per conquistare quei consumatori, e in questo senso l'aggregazione tra due realtà leader nei rispettivi segmenti potrà essere foriera di scelte vincenti, ma soprattutto sarà fondamentale mantenere l’armonia ai piani alti del gruppo. —
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