Demenze, modello integrato per sostenere le famiglie

Nel Feltrino ospedale e territorio lavorano insieme anche a domicilio Sono circa 500 le persone assistite affette da decadimento cognitivo

FELTRE

La gestione di un congiunto affetto da demenza è meno difficile perché nessuna famiglia resta sola di fronte al dramma. Al distretto feltrino, grazie alla lungimiranza di dirigenti e sanitari a partire da geriatri e neurologi, si sono prese in carico cinquecento persone (con casi attesi fino a 650 malati), c’è una rete consolidata, efficiente e sempre in aggiornamento, perché nessun caregiver sia lasciato solo di fronte a una diagnosi infausta quanto a progressività di una malattia come la demenza. Un modello di integrazione fra ospedale e territorio da copiare, anche perché sono gli specialisti e le équipe infermieristiche che vanno alla montagna, come si dice, nei casi in cui la famiglia non sia in grado di gestire situazioni drammatiche. A focalizzare il modello feltrino, nel mese di settembre dedicato al declino cognitivo, sono state in particolare la neurologa Roberta Padoan, la geriatra Anna Casanova (primario di geriatria) e la case manager Ornella Scarton alla quale è affidata la cabina di regia che mette in campo medici curanti e assistenti sociali e infermieri per la visita domiciliare nel caso di prima visita in paziente non documentato come demente o nel caso in cui il paziente abbia reazioni ingestibili dal caregiver.



Dal 2015, hanno detto le professioniste sanitarie dopo la presentazione dei direttori dell’Usl, è attivo il Centro decadimento cognitivo e demenze che garantisce una risposta integrata degli specialisti neurologi, geriatri e dei servizi domiciliari e case di riposo. Ad oggi sono i carico circa cinquecento persone e nuclei familiari. Nel corso del 2017 sono state effettuate 665 visite specialistiche, 150 visite domiciliari, mentre da gennaio ad agosto 2018 le visite specialistiche sono arrivate a 554 e quelle domiciliari a novanta.



È stato il direttore dei servizi sociali dell’Usl Dolomiti, Gian Antonio Dei Tos, a evidenziare la situazione in Veneto con circa 70 mila persone fra demenza e malattia di Alzheimer. L’ottanta per cento dei malati vive a casa: «il 75 per cento fa leva sulla responsabilità familiare, un terzo dei pensionati si ritrova ad assistere un anziano e il sessanta per cento di chi ha in carico una persona demente è impegnato dalle dieci alle quindici ore al giorno. Da qui l’impossibilità di non pensare a una rete di sostegno consolidata». Il sistema sanitario nazionale non è l’unico soggetto deputato alla gestione di questa problematica.

Questo ha detto Alessio Gioffredi, coordinatore del distretto sociosanitario. «Il nostro approccio è stato quello di coinvolgere soggetti privati, come le associazioni, evitando sovrapposizioni di competenze. Riteniamo di aver raggiunto l’obiettivo. E auspichiamo che in futuro questo modello possa essere esteso ad altre patologie».



Non esiste un farmaco miracoloso contro la demenza. Ma in decadimento cognitivo può essere rallentato con iniziative mirate, hanno detto il direttore generale Adriano Rasi Caldogno e il direttore sanitario Giovanni Maria Pittoni che ha elogiato: «La lungimiranza e disponibilità delle dottoresse Padoan e Casanova e della professionista Ornella Scarton che ha il filo diretto con pazienti e familiari». —

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