Contributi del Psr Feltrino protagonista con trenta domande

FELTRE. Le domande di contributo per il piano di sviluppo rurale, da parte di chi vuole diventare imprenditore agricolo (come soggetto giuridico) potrebbero essere ancora una trentina, per il feltrino, che come trend copre da anni la metà di tutte le domande a livello provinciale. Ma attenzione: per quanto il nuovo bando sia appetibile, per l’innalzamento del cumulo a seicentomila euro, misura pensata per il futuro di giovani vocati al mestiere di imprenditori agricoli o nell’ambito della zootecnia, i vincoli per l’ammissibilità al contributo sono diventati stringenti. E non ammettono svarioni nella presentazione della domanda, come l’omesso allegato di firme della titolarità o, cosa già successa, omesso allegato di documento di identità in corso di validità o altri documenti richiesti per il buon fine della pratica.
A fare una panoramica a tutto tondo, ieri mattina in Unione montana feltrina, sul Programma di sviluppo rurale per il Veneto, a valere sugli investimenti 2014/2020, sono stati Pietro Salvadori e Renato Da Ronch, rispettivamente responsabile e tecnico dell’Avepa. I quali, ciascuno per la propria competenza, hanno evidenziato i vantaggi delle misure “pacchetto giovani” delle misure del piano rurale 4.1.1 e 6.4.1., senza nascondere che nei criteri di accessibilità alle domande di finanziamento per chi si accinge a investire in agricoltura e zoootecnica, oltre all’aiuto iniziale a fondo perduto di quarantamila euro, bisogna essere preparati a una trafila che non esula da precisi adempimenti burocratici e di formazione, quella da 150 ore, per chi non ha titoli conseguiti con le superiori o con la laurea. Pena, la revoca della domanda.
Rispetto ai bandi precedenti, la novità più significativa è quella del cumulo innalzato da 400 mila a 600 mila euro, per quanto riguarda gli investimenti strutturali di aziende che guardano al bene ambientale, come attrezzature volte alla riduzione della dispersione di prodotti fitosanitari, attrezzature per il diserbo meccanico localizzato e fonti rinnovabili, purché finalizzate all’autoconsumo della stessa azienda, impianti per lo stoccaggio, il trattamento e la gestione di residui agricoli e reflui aziendali, comprese struttura tese alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra.
«La novità più importante per le zone montane», ha detto Renato Da Ronch, «è che vengono considerate strategiche anche costruzioni ex novo, come la stalla che è la cosa più istintiva a cui pensare, che innalza a quarantaquattro punti, rispetto ai quindici di prima, l’accesso ai fondi. Qui si va a pensare in particolare al settore lattiero-caseario e alla carne. Per quanto riguarda invece l’ortofrutta, anche qui c’è stato un miglioramento, siamo passati dai quindici ai trenta punti. Uno dei criteri, per l’accesso ai fondi, è quello della qualità riconosciuta dalla Comunità europea. Ci sono i formaggi, a certificazione Dop, come nel caso di Lattebusche, la riconversione a biologico, e il marchio di tutela, come nel caso del consorzio di tutela del fagiolo di Lamon».
Le domande per l’accesso ai contributi entro il 27 febbraio, ha detto il professionista Pietro Salvadori ed entro fine marzo sarà decretata, o meno, l’accessibilità a fondi che se da un lato stuzzicano i giovani, desiderosi di intraprendere un’attività di questo tipo, dall’altro li devono mettere nella condizione di conoscere i requisiti dall’a alla zeta.
Laura Milano
Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi








