I sindaci del Cadore: «L’ospedale non è sicuro»

Pieve. Uno studio inviato al ministero evidenzia che i casi di emergenza non possono essere curati adeguatamente
Stefano Da Rin Puppel-Perona-Pieve di Cadore-Inaugurazione Nuovo Pronto Soccorso
Stefano Da Rin Puppel-Perona-Pieve di Cadore-Inaugurazione Nuovo Pronto Soccorso

PIEVE DI CADORE. «Il modello organizzativo aziendale predisposto dall’Usl di Belluno, con riferimento al reparto di Chirurgia attualmente operante in regime di week surgery e al sistema del trauma, viola i livelli essenziali di assistenza nei casi di interventi in urgenza-emergenza». Parole che suonano come pietre quelle di Renzo Barbazza, associato presso il Laboratorio di Istopatologia molecolare al Dipartimento accademico dell’Università di Trieste e professore a contratto all’ateneo patavino, già direttore dell’unità operativa di Anatomopatologia di Feltre. Sono allegate all’istanza in autotutela amministrativa presentata dall’avvocato Rocco Bianco al ministero della Salute, al Governo e anche all’Usl 1 e alla Regione. Un atto che servirà ad avviare un’indagine a livello più alto sull’attinenza alle norme del servizio sanitario in Cadore.

Il sindaco di Pieve di Cadore, Maria Antonia Ciotti lo aveva annunciato nel novembre scorso di essersi rivolta all’avvocato Bianco, patrocinante in Cassazione, e al dottor Barbazza per verificare se l’attuale organizzazione sanitaria del Giovanni Paolo II rispettasse i livelli essenziali di assistenza, i cosiddetti Lea. E dallo studio è emerso che non è così.

L’indagine è stata sostenuta e voluta da 12 comuni e dagli altrettanti «magnifici sindaci» di Borca, Comelico Superiore, Danta, Lorenzago, Lozzo, Pieve di Cadore, San Nicolò Comelico, San Pietro di Cadore, Santo Stefano, San Vito, Selva e Zoppè di Cadore. «Ma altri si aggiungeranno», precisa Ciotti, «per avallare maggiormente la nostra presa di posizione. Noi diciamo che la sanità che ci hanno lasciato qui in Cadore non può bastare a soddisfare le nostre necessità in caso di urgenza. Per questo, oltre ad aver inviato questo studio al ministero della Salute, nei giorni scorsi ho scritto io stessa al ministro Lorenzin, anticipando questa documentazione e spiegandone i contenuti. E ieri il ministero mi ha risposto, dicendo che si sono impegnati a sollecitare la Regione perché approfondisca la problematica segnalata. Ora attendiamo le indagini regionali e l’esito che daranno».

Ma veniamo allo studio di Barbazza, che parte dalle delibere dell’Usl 1 in merito alla riorganizzazione dei servizi all’ospedale di Pieve e in particolare del reparto di Chirurgia, che opera in regime di week surgery. Per il professionista, questo sistema non è in grado di dare una risposta in caso di interventi in emergenza-urgenza per patologie tempo dipendenti, vale a dire ictus, infarti, ma anche ferite o traumi causati da incidenti, dove, operando il più presto possibile, si può salvare la persona oltre che garantirne un recupero pieno. Questo perché «il tempo di raggiungimento dell’ospedale hub di Belluno, unico presidio disponibile per questi casi nel modello organizzativo predisposto», si legge, «superando la cosiddetta “golden hour” (cioè l’ora in cui bisogna intervenire per salvare la persona) non consente di ritenere erogabili i livelli di assistenza, secondo la corrente migliore scienza medica, alle popolazione del bacino cadorino e del Comelico».

Barbazza ritiene che «in violazione sempre dei Lea, sia anche la predisposizione della rete del trauma della Regione Veneto, che esclude l’ospedale di Pieve (dove non è attiva sette giorni su sette h 24 nè la Radiologia, nè la Chirurgia nè la Cardiologia) poiché le popolazioni del Cadore e Comelico dovranno necessariamente recarsi al San Martino, in quanto hub. E questo con superamento sempre della “golden hour”». Per il medico, nonostante le premesse delle delibere regionali e dell’Usl siano rispettose delle necessità dei territori e della loro conformazione, nei fatti non ne hanno tenuto conto.

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