Lattebusche: i conti reggono malgrado la tempesta

Latte pagato 43,60 euro per ettolitro (-1,8% rispetto al 2015), fatturato in lieve calo, aumenta la materia prima lavorata

FELTRE. Il prezzo del latte corre sulle montagne russe e così i conti di Lattebusche. Alla fine, il 2016 si è chiuso con un mezzo miracolo: 43,60 euro per ettolitro di latte pagato ai soci, in flessione dell’1,8 per cento rispetto ai 44,44 del 2015. Il conguaglio sarà versato ai soci la prossima settimana dando un po’ di respiro alle esangui casse delle aziende agricole. Un rendimento che in ogni caso il presidente Augusto Guerriero non esita a definire «del tutto insufficiente, soprattutto se riferito alle stalle di montagna». Ma poteva andare peggio, molto peggio. Basti dire che nel corso del 2016 ci sono stati quattro momenti di confronto con i soci.

Il 2016 era cominciato malissimo e fino ad aprile è stata notte fonda, tanto da fare temere che il sistema potesse implodere. Poi, l’inversione di tendenza con un picco a novembre che ha permesso di presentare conti in ordine e un pagamento del latte perlomeno dignitoso e comunque nettamente superiore alla media di quanto pagato in Veneto. Tutti numeri ed elementi che il direttore di Lattebusche, Antonio Bortoli, ha snocciolato nella sua consueta, attesissima disamina di quanto avvenuto dentro e fuori Lattebusche, ovvero sul sistema lattiero caseario a livello globale.

«Abbiamo vissuto un 2016 per certi versi drammatico», afferma con la consueta schiettezza il direttore, «e fino ad aprile la situazione ci ha fatto dubitare su come sarebbero andate le cose. Poi c’è stata una ripresa proseguita fino alla fine dell’anno grazie a un generale calo della produzione di latte, che ha fatto salire il prezzo alla stalla. Sono piccoli segnali incoraggianti che non ci permettono di ipotecare il futuro, che resta incerto su tanti fronti. Penso alla Russia, alle politiche commerciali degli Stati Uniti, all’andamento dei consumi interni, alla produzione globale di latte, agli effetti dell’etichettatura che deve essere controllata con rigore, altrimenti non avrà alcuna efficacia. L’export va bene ma gli italiani continuano a consumare meno latticini e senza lo slancio dall’interno è difficile portare a casa risultati importanti».

Il fatturato cala leggermente e si attesta a 98,7 milioni di euro (-1,5% rispetto al 2015) mentre il latte lavorato è di 1.351.392 ettolitri con una variazione in crescita dello 0,7 per cento. In leggero calo i soci che scendono in un anno da 389 a 380. In un mare tempestoso qual è quello del mercato attuale, Lattebusche si tiene a galla ma anche la qualità indiscussa dei propri prodotti e i marchi Dop non sempre bastano: «Oltre una certa fascia di prezzo», ha spiegato Antonio Bortoli, «il consumatore si fa due conti in tasca e magari finisce col preferire altre produzioni meno valide ma più a buon mercato».

La gamma dei prodotti ha sofferto la situazione generale con rare eccezioni. Tutto previsto, anche se il crollo del Montasio ha richiesto un’analisi dedicata di Bortoli. Delle Dop è quella che se la passa peggio, mentre il Grana padano e il Piave lasciano qualcosa in termini di prezzo, ma reggono abbastanza. Il Piave, in particolare ha concluso l’anno passato con un calo di quantitativi legato alla ferrea volontà della cooperativa di non svalutare il prodotto sul mercato.

Una nota sulla qualità del latte prodotto: «È alta», ha detto Bortoli, «ma si può migliorare. Molte stalle lavorano ottimamente, qualcuna meno. L’obiettivo deve essere quello di uniformarsi al meglio e devo dire che le oltre 400 visite alle stalle dei nostri tecnici aiutano in questo senso. Gli spunti per migliorare sono stati dati. Tocca alle aziende agricole sfruttarli nel modo giusto».

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