Rino Capalbo, lavoro e disciplina da sempre e l’ambizione di guidare i “grandi”

BELLUNO
«Sono ambizioso», dice Rino Capalbo a metà intervista. C’è da crederci. Ha costruito un percorso personale nel calcio a 5 sul costante desiderio di crescere e di migliorare, allenamento dopo allenamento. Tanto, un giorno, da volersi proporre alla Canottieri Belluno, nonostante la non più giovane età calcistica di 36 anni. Allora, siamo nell’estate 2012, la formazione biancoblù giocava in A2 e stava completando un percorso di italianizzazione, dopo i numerosi campionati vissuti con molto verdeoro brasiliano sul campo. Proposta accettata ed andò bene, ad entrambi. Da quattro anni invece siede direttamente sulle panchine giovanili lì alla Spes, portando in tasca il patentino ottenuto alla scuola nazionale di Coverciano. Lavora sodo, fa allenare con impegno e dedizione i suoi ragazzi ed auspica di ottenere il posto in una prima squadra, al momento opportuno. Idee chiare con sé stesso e con i giovani, da lui cresciuti nel tempo. Quest’anno, nonostante l’età media più bassa rispetto a parecchie avversarie, aveva già in tasca la qualificazione ai playoff scudetto under 19. Niente accade per caso, insomma, quando sei ambizioso.
Capalbo e il futsal. Vero amore dunque?
«Scoccato quando andavo a vedere a Longarone la Sai Belluno del mitico duo Diego Pilat e Matteo Zambelli. Con un gruppo di amici giocavamo i tornei estivi. Parlo di Tiziano Sommacal, Francesco Comis, Damiano Lo Re e così via. Così venne presa la decisione di iscriverci alla serie D nel 2000. Gasoline Sedico, dal nome dello storico locale di Salce. Il primo anno il presidente fu Mauro Coletti, poi gli subentrò Bepi Da Rech. Volevamo far bene, ma ci arrangiavamo con un allenamento a settimana e la partita. In panchina De Poloni. L’anno successivo gli subentrò Andrea Da Boit, fondamentale per me, e vincemmo la serie D. In pratica ogni due stagioni la squadra avanzava alla categoria successiva. Fino alla promozione in cadetteria nel 2006».
Passiamo all’estate 2012. Grazie ai suoi gol la conoscevano tutti nei tornei regionali. Eppure, a 36 anni, le venne un’idea...
«Il campionato 2011-2012 lo disputai con l’Atletico Cavarzano in C1. Tra l’altro, è l’unica mia retrocessione in carriera. Prima di noi si allenava alla Spes proprio la Canottieri. Era la stagione in cui c’erano Belsito, Melo, Ariati, Peruzzi e così via. Io però tenevo d’occhio i ragazzi italiani della rosa. E, al di là dell’età, continuavo a ripetermi. “Se loro hanno potuto arrivare in A2, perché non provarci? ”. Era un chiodo fisso a quel tempo».
E alla Canottieri la ascoltarono...
«In estate lasciarono andar via alcuni stranieri, aumentando la “quota bellunese” . Così parlai con i dirigenti. Non tutti erano convinti, a dire la verità. Ma Alessio Bortolini accettò di farmi fare un periodo di prova. Ricordo che tra l’altro era dispiaciuto, in quanto gli sembrava poco rispettoso dover valutare me e i miei 36 anni. Io comunque ero deciso, tanto da dirgli: “Mister, fai quello che ritieni giusto”. Sentivo l’ambizione di dimostrate il mio valore. Dopo un paio di settimane mi comunicò che potevo dargli una mano».
Capalbo in A2, dunque.
«Giocavo con l’entusiasmo di un bambino. Segnai tre gol, misi assieme un buon minutaggio. Ed ottenemmo una salvezza splendida. Con soli due brasiliani, Melo e Ariati, e nonostante difficoltà di organico enormi. A volte ci allenavamo in sei. Eppure il gruppo fece la differenza. Io poi strinsi due splendidi rapporti d’amicizia con Steve Battistuzzi e il futuro capitano Moreno Reolon, il più forte giocatore italiano mai avuto come compagno di squadra».
L’anno dopo, con soli bellunesi, la Canottieri retrocedette. Lei però non volle restare e qualcuno non la prese bene vero?
«Avevo compreso quale sarebbe stato l’andazzo. Non mi sembrava bello affrontare lunghe trasferte ogni sabato sapendo già il risultato finale. In più sul piatto non mancava un’interessante proposta della Ztll. Detto ciò, con la Canottieri ci siamo ritrovati l’anno dopo in serie B. E la storia continua ancora oggi».
In panchina tra l’altro. Lei è tra i pochi tecnici in provincia ad aver conseguito il patentino a Coverciano per il calcio a 5.
«Già nel 2003 ottenni quello regionale, con due settimane non stop di corso a Padova. Però nel 2017 decisi di compiere un passo ulteriore. Non dimenticherò mai il supporto societario, confermatomi da Giuliano Talò».
A proposito di allenatori. Il più importante o i più importanti della tua carriera?
«Andrea Da Boit fu decisivo nel farmi capire il calcio a 5. Quando inizi sei acerbo, ti mancano i movimenti, non basta solo attaccare. Al primo anno con lui, nonostante una marea di gol, almeno un tempo restavo seduto in panchina. Un altro è Andrea Allegro, il quale sa insegnare alla squadra quando giocare di fioretto o di sciabola. L’ultimo conosciuto, ma il più bravo, risponde al nome di Alessio Bortolini. Un maestro, in particolare sotto il profilo psicologico».
Lei adesso guida con splendidi risultati l’under 19. Ma più di una voce la vede come il sostituto naturale proprio di Bortolini, un giorno.
« Non so mica se mi lascerà mai quel ruolo (ride, ndr) Scherzi a parte, inutile girarci attorno: questi quattro anni sono serviti per formarmi. Io un giorno vorrei allenare una prima squadra. Dove non si può mai sapere».
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