Paola Padovan guarda lontano. «Un bronzo a 30 anni ha un sapore più dolce. Ora voglio gli Europei»
Atletica. Il terzo posto in Coppa Europa è il suo miglior risultato internazionale. «L’ho cercato e voluto. Spero inizi una nuova era per il movimento»

Con un terzo posto in Coppa Europa a Cipro qualche giorno fa, Paola Padovan ha riportato l’Italia femminile sul podio in questo sport dopo 18 anni. L’atleta bellunese, classe 1995, scrive così una pagina di storia della disciplina, e con determinazione e sacrificio sta lavorando sodo per migliorarsi ancora e raggiungere altri importanti traguardi a livello internazionale.
Paola te lo aspettavi un risultato del genere in questa rassegna europea?
«Questa medaglia di bronzo è il mio miglior risultato tecnico ottenuto in carriera in un evento internazionale. Arrivato adesso, all’età di 30 anni, ha un sapore più gustoso. È un risultato sperato negli anni e voluto ancor di più dopo che l’aprile scorso ho lanciato a 59.25 metri e ottenuto così il mio personal best dopo ben sette anni».
Pensavi di essere già ad un livello così alto essendo solo ad inizio stagione?
«Consapevole che le cose stessero funzionando, anche in seguito a scelte e cambiamenti fatti, sono riuscita a vivermi questa Nazionale nel migliore dei modi, senza sprecare energie nel pensare a quanto avrei potuto lanciare in condizioni meteo precarie. Non nascondo che prima di lasciare l’hotel avevo messo in borsa la tuta ufficiale per un eventuale premiazione. Ho pensato: oggi andrà bene».
E così è stato. Come commenti la tua gara?
«Dopo qualche incertezza iniziale dovuta al vento che disturbava la traiettoria del giavellotto, ho piazzato un 54.18 che mi ha messo a mio agio e mi fatto stabilire nella parte alta della classifica. Il quinto lancio è stato decisivo e ho sperato fino in fondo che nessun’altra mi sorpassasse. Il 58.68 vale la mia seconda miglior misura di sempre e mi permetterà di guadagnare punti preziosi per scalare il ranking in vista degli europei di Birmingham ad agosto».
Come ci si sente ad aver scritto una pagina di storia di questo sport?
«Onestamente non sapevo che fosse passato così tanto tempo dall’ultima medaglia internazionale. Questo arco di tempo racchiude un’intera generazione di lanciatori e lanciatrici, un fatto che dovrebbe far riflettere. Sono comunque felice di essere stata io a centrare questo risultato e auspico che sia finalmente l’inizio di una nuova era per il movimento italiano».
Come ti sei preparata in queste settimane? E quali sono i prossimi obbiettivi?
«A gennaio ho iniziato ad allenarmi sotto la guida di Kari Ihalainen, figura nota nel palcoscenico mondiale del giavellotto. Mi sono trasferita in Finlandia, per poi procedere e affinare la preparazione al caldo in Sudafrica e rientrare infine in Italia. Trovo che già questa scelta di andare fuori mi abbia fatto cambiare mentalità e proiettare verso la me del futuro. L’obiettivo di quest’anno è senza dubbio la qualifica per l’Europeo di Birmingham. Prima però vorrei anche riuscire a sfondare il muro dei 60 metri».
Come organizzi solitamente i tuoi allenamenti?
«Dipende molto dal periodo della stagione, ma in genere mi alleno mattina e pomeriggio quasi tutti i giorni della settimana. La mattina svolgo lavori più tecnici, come lanciare, o lavori cosiddetti di “campo” come la corsa e i balzi, mentre il pomeriggio lo si dedica alla parte condizionale o di forza e quindi in palestra. Da quando ho avuto infortuni seri dedico anche molto tempo a esercizi di prevenzione, stretching e compensativi. Credo sia la parte fondamentale che mi permette anche a 30 anni di continuare a lanciare e di riuscire ancora a migliorarmi».
Quanto conta la testa in una disciplina come il giavellotto?
«È una componente importante perché le gare sono composte da tre o massimo sei tentativi, per cui bisogna gestire i pensieri in modo che non prevarichino sulla condizione fisica e sulla fiducia che hai acquisito con gli allenamenti e con l’esperienza. Sono seguita da uno psicologo sportivo da qualche anno e con lui lavoro molto sulle visualizzazioni e su tecniche da adottare per rimanere sempre presente e concentrata. A queste aggiungiamo esercizi di respirazione».
Ma come ci è arrivata Paola al giavellotto?
«Dico sempre che il giavellotto è stata una sorta di selezione naturale per me. Avendo una sorella gemella che iniziò con me atletica da bambina, fu inevitabile non scegliere la specialità in cui lei andava meglio di me, per cui sono approdata nei lanci e infine ho scelto il giavellotto, disciplina in cui andavo decisamente meglio e dove riuscivo a primeggiare. Da qui è nata poi la vera e propria passione».
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