Giochi olimpici e protesta: subito esaurite le prime 500 bandiere ladine

L’Uld’A al lavoro per procurarne almeno altrettante. Le espongono gli ampezzani ma anche i villeggianti

Francesco Dal Mas
La bandiera ladina
La bandiera ladina

Esaurite. Le 500 bandiere ladine che l’Union de i Ladis de Anpezo, l’Uld’A, ha invitato ad esporre, sono andate esaurite. La presidente Elsa Zardini è corsa a procurarne altrettante, un rinforzo è arrivato dall’Union generela a Ortisei.

Forse non basteranno ancora. Alcune centinaia le ha richieste l’Union Ladins da Fodom, invitando i residenti di Colle Santa Lucia e Livinallongo-Arabba «a tachè fora i tricolor ladin ntei dis de le Olimpiadi».

Ieri Zardini era a Dobbiaco, per fare da volontaria alla tradizionale Cortina-Dobbbiaco. I tre colori voleggiavano ovunque: il primo colore dall’alto è il celeste, tinta che rappresenta i cieli che fanno da sfondo a queste magnifiche montagne, il bianco della neve, e il verde dei prati e dei pascoli.

«Un’accoglienza così entusiasta è stata una sorpresa», ammette la protagonista.

«O meglio, ci aspettavamo l’adesione plebiscitaria del popolo ladino. Sorprendente, invece, è stato l’affetto di chi ladino non è ma condivide tanti dei valori che la nostra bandiera simboleggia».

Il tricolore della Ladinia è stato infatti richiesto a gran voce anche dal popolo delle seconde case: per esporlo ai balconi. Una partecipazione commovente. «Lo sanno, questi amici, che rivendichiamo in questo modo la nostra identità. Ma non possiamo impedire che per tanti di noi – e anche per tanti amici che hanno scelto di vivere accanto a noi – significhino la più severa protesta contro il peggio che potremmo aspettarci da chi sta organizzando queste Olimpiadi».

La bandiera ladina non mancherà almeno all’esterno del Santuario della Beata Vergine della Difesa, in occasssione della festa patronale. Si terrà domani, ma questa sera alle 19.30 verrà anticipata da un concerto di Monica De Rosa e di Loris Serafini.

«Sì, anche la musica fa parte del nostro Dna», testimonia Zardini, precisando subito che la riaffermazione di questa identità non è “ad excludendum”. «No, noi non vogliamo fare la guerra a nessuno.

La bandiera la esponiamo non contro le Olimpiadi, lo sport e gli atleti, semmai per un’accoglienza che sia libera da tutto il brutto che abbiamo visto».

E proprio per questo Zardini ed i suoi assistono dalla finestra alle iniziative dei parlamentari sudtirolesi a riguardo del ritorno alla “madrepatria” di comunità venete che un tempo vi facevano parte. «Il referendum, del 2007? Lasciamo tempo al tempo. Noi abbiamo pazienza. Certo è», va a conclude Zardini, «che da parte della Regione Veneto vorremmo qualche segnale in più di attenzione, specie per l’insegnamento della nostra lingua. Non pietiamo elemosina, ma chiediamo il riconoscimento dei nostri diritti come comunità etnico linguistica. E ancora non ci siamo del tutto».

Poi la presidente abbassa la voce e soggiunge: «La Regione ha voluto le Olimpiadi? Ma non ci ha interpellato. E, comunque, la loro implementazione si tradurrà in una legacy che vuol dire ferite da ricucire. E chissà per quanto tempo».

Prende fiato la presidente e poi rilancia una riflessione che le è abituale.

«Questa bandiera non ci rappresenta solo in quanto comunità che ha la stessa lingua, la stessa cultura, le stesse tradizioni, ma è soprattutto il simbolo di un popolo che è stato diviso, al quale sono stati negati i diritti di autodeterminazione. È accaduto nella storia, ma purtroppo si è ripetuto con queste Olimpiadi invernali 2026.

L’evento sportivo, in quanto tale, ci starebbe anche bene», conclude.

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