Zaia ricorda Pietro Calogero: «Magistrato di valore e grande umanità, punto di riferimento per la legalità»
Nel giorno dell’ultimo saluto a Pietro Calogero, Luca Zaia ne ricorda la figura: «Un magistrato di valore e di spiccata umanità»

«Un magistrato di valore e di spiccata umanità. Ho avuto modo di conoscerlo nel corso del mandato in Regione, ha rappresentato un punto di riferimento importante nella tutela della legalità nella pubblica amministrazione. Lo definirei, senza alcuna retorica, un vero interprete della leale collaborazione tra le istituzioni ispirata dalla Costituzione». Parole di Luca Zaia, il presidente del Consiglio regionale del Veneto, nel giorno dell’estremo saluto a Pietro Calogero.
Presidente, in che circostanze avvenne il suo incontro con il procuratore Pietro Calogero?
«L’ho conosciuto a Venezia nel 2010, all’inizio del mio primo mandato da governatore, quand’era a capo della Procura generale presso la Corte d’Appello. Avevo letto di lui in relazione al 7 Aprile, alle inchieste legate agli anni di piombo, immaginavo una figura severa, un po’rigida magari. A colpirmi invece furono la cortesia e l’ampia disponibilità al confronto nell’interesse comune. Così avviammo un dialogo destinato a durare negli anni successivi e nacque un rapporto personale. Ci vedevamo spesso e ricordo che, puntualmente, a Natale, veniva a farmi gli auguri al Balbi portando in dono un libro impacchettato. L’argomento? Storia e filosofia, soprattutto».
In cosa consisteva, precisamente, la vostra collaborazione?
«Io provenivo da un partito, la Lega, priva di grandi credenziali agli occhi dell’establishment e dei poteri forti. E la fase politico-giudiziaria era particolarmente delicata perché coincideva con l’inchiesta sullo scandalo Mose, condotta in gran segreto dai pm Ancilotto e Buccini, destinata a deflagrare di lì a breve con esiti clamorosi. Naturalmente io ne ignoravo i contorni e ancor più i retroscena ma in città e negli ambienti politici i segnali d’allarme non mancavano. Insomma, avvertivo l’esigenza di marcare una discontinuità e di certo il dottor Calogero aveva coscienza della gravità del momento».
In qualche misura, la aiutò a mantenere l’amministrazione del Veneto al riparo da contiguità e corruzione?
«Direi che, pur nella doverosa distinzione dei ruoli, manifestò sempre grande disponibilità al colloquio, al chiarimento dei dubbi interpretativi e metodologici. Sapeva bene ciò che stava accadendo a Venezia anche se non me ne parlò mai. Da presidente alle prime armi, volevo muovermi sul terreno della più totale trasparenza, evitando anche gli errori formali dettati dall’inesperienza. A volte cercavo un consiglio, un punto di vista autorevole, al di sopra delle parti e, a fronte di quesiti di carattere giuridico e procedurale, dettati dalla volontà di presidiare la legalità, non trovai mai in lui un muro quanto, piuttosto, un interlocutore prezioso».
Sui muri di Padova, negli anni di Autonomia operaia e del terrorismo rosso, la scritta Kalogero, accompagnata da insulti e minacce, era sinonimo della repressione della sinistra extraparlamentare orchestrata d’intesa con il Pci…
«All’epoca ero un ragazzino, di quei fatti non ho alcuna conoscenza diretta. Di certo, Pietro Calogero ha operato al servizio della legge in una fase durissima della vita italiana, segnata da violenze e tensioni gravissime, quando l’esercizio della magistratura rappresentava non soltanto un atto fondamentale ma anche un gesto di difesa della democrazia, nel segno della responsabilità e del coraggio personale» .
Strana sintonia quella tra un magistrato ritenuto vicino alla sinistra storica e un esponente leghista emergente...
«Ignoro quale fosse il suo orientamento ideologico, so che la carriera di Calogero si è svolta prevalentemente in Veneto, inclusa Treviso dove ha collaborato alle indagini sullo stragismo nero di piazza Fontana. Posso affermare invece che la sua personalità non era riducibile al diritto penale. Ricordo un uomo di cultura dai toni garbati, che amava la letteratura e discuteva volentieri di arte e filosofia».
In molti, lo descrivono come un servitore della Repubblica tenace e rigoroso.
«Assolutamente sì, coltivava un forte senso dello Stato e non ammetteva compromessi. Ma era anche un magistrato dialogante, signorile nei modi eppure lontano dalla torre d’avorio, espressione piuttosto di una giustizia dal volto umano. Della sua persona, serbo una memoria bellissima».
Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi








