Veneto, problemi di salute mentale per un giovane su cinque: «Chiedere aiuto resta uno stigma»

Sul tema la Regione arranca: alla salute mentale destina un paio di milioni di euro all’anno, contro i quasi 40 dell’Emilia Romagna. La denuncia dell’associazione italiana a tutela della salute mentale: «Il rapporto della Società italiana di epidemiologia psichiatrica del 2026 conferma la posizione di retroguardia del Veneto nei servizi dedicati alla salute mentale». Marzagalli: «C’è un problema di sottofinanziamenti»

Laura Berlinghieri
Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, nel 2030 la depressione potrebbe diventare la malattia più invalidante in Occidente
Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, nel 2030 la depressione potrebbe diventare la malattia più invalidante in Occidente

È una gabbia che, in tutta Italia, intrappola un adolescente su cinque: numeri spaventosi, ma che non sorprendono. Riguarda i ragazzi che, si stima, soffrano di problemi di salute mentale. Con una proiezione fatta dall’Oms sul 2030, quando la depressione potrebbe diventare la malattia più invalidante in Occidente.

Lo stigma si racconta essere appannaggio del passato, ma in realtà ancora non lo è. Non lo può essere nell’ambito di un sistema sanitario nel quale la cura della psiche continua a essere una cenerentola: è vero in Veneto, ma lo è pure nel resto del Paese. Questione residuale, in certi casi persino considerata al pari di un capriccio.

I dati in Veneto

Ma i dati raccontati dall’associazione italiana a tutela della salute mentale (Aitsam), a commento del nuovo piano di azioni nazionale per la salute mentale 2025-2030, arrivato a distanza di più di dieci anni dal precedente, fanno spavento.

Fotografia di un Veneto, nel 2023, in continuo ritardo rispetto alle altre regioni. Un Veneto che alla salute mentale destina giusto un paio di milioni di euro all’anno, contro i quasi 40 dell’Emilia Romagna: cifre che non arrivano al 2,5% del fondo sanitario regionale, contro il 7% del Trentino Alto Adige, per fare un esempio. E in un Paese che è già fanalino di coda in Europa: la percentuale a livello nazionale è del 3, mentre in Francia è del 15.

Un Veneto che conta 5,4 psichiatri ogni 100.000 abitanti, contro una media nazionale di 10; poi 2,5 psicologi contro una media di 4,5; e 0,6 tecnici della riabilitazione contro 1,2. E i dati sono tutt’altro che lusinghieri anche rispetto alla spesa pro capite: da queste parti di 46,18 euro, contro i 55 spesi in tutta Italia.

Sempre meno operatori

«Già nel 2022 la Regione ammetteva “l’attuale carenza di organico” e fissava standard minimi ogni 100.000 abitanti», ricorda intanto l’associazione nel suo documento, citando una vecchia delibera di giunta.

Eppure, rispetto ad allora, la situazione si è persino aggravata. E, nel giro di un paio d’anni, i dipartimenti di salute mentale si sono ulteriormente impoveriti, con il numero degli psicologi che è passato dai 113 del 2022 ai 102 del 2024, quello degli infermieri da 1113 a 1039, degli assistenti sociali da 90 a 72, degli operatori socio-sanitari da 629 a 516 e degli educatori professionali da 153 a 107. Mentre gli stessi dipartimenti continuano a essere bersagliati dalle visite: più di 69.000 i cittadini veneti che sono stati assistiti nel corso del 2023.

Gli spazi

Mancano i professionisti. Mancano gli spazi. Le liste d’attesa sono sempre più lunghe. Mancano i posti letto: 24 quelli della Neuropsichiatria infantile attivi in Veneto due anni fa, nonostante una programmazione più che doppia, pari a 54.

E questo mentre Stefano Vicari, primario di Neuropsichiatria infantile all’ospedale Bambino Gesù di Roma, segnala l’impennata di accessi al pronto soccorso pediatrico per tentativi di suicidio e autolesionismo: si è passati dai 250 episodi del 2013 ai 1.600 di quest’anno.

E poi ci sono bullismo e violenza. Due giorni fa, una banda di trenta ragazzini ha saccheggiato il Tigotà di Treviso. Una notizia che scuote per la violenza dell’episodio e per la giovanissima età dei protagonisti. Per questo la sindaca di Silea, Angela Trevisin ha proposto la convocazione degli Stati generali sui ragazzi: giornata di confronto con Comuni, scuole superiori, Usl, forze dell'ordine, aziende di trasporto, terzo settore, famiglie, categorie produttive e associazioni di categoria.

«Nessuna giustificazione»

Ma a mancare sono soprattutto gli investimenti. «Il rapporto della Società italiana di epidemiologia psichiatrica del 2026 conferma la posizione di retroguardia del Veneto nei servizi dedicati alla salute mentale, in contrasto con altri ambiti sanitari in cui la Regione può ancora rivendicare l’eccellenza», denuncia ancora l’associazione per la salute mentale, concludendo quindi: «non è quindi in alcun modo giustificata, né possiamo più tollerare la mancanza di investimenti in un settore cruciale come la cura della salute mentale, soprattutto quando è oramai diventata un’emergenza sociale».

Tra le lagnanze, anche i «concorsi per gli psichiatri che vanno deserti, soprattutto per le difficili condizioni di lavoro e la mancanza di prospettive professionali legata ai bassi investimenti regionali nel settore». Fenomeno che si accompagna a quello del turnover, motivato dai trasferimenti e dalle dimissioni volontarie. Con la conseguente frattura delle «alleanze terapeutiche», che è sempre una spinta dei pazienti verso il privato. E si cade sempre là.

Marzagalli: «Lo stigma esiste ancora

Silvana Marzagalli, presidente veneziana di Aitsam, esiste ancora lo stigma della cura della salute mentale?

«Esiste ancora ed è un dramma. Perché la tutela della salute mentale non è un qualcosa a beneficio dei soli individui, ma della società tutta. Ma spesso è proprio questa paura a trattenere la famiglie, che non capiscono che l’attesa facilita le crisi, e quindi i ricoveri volontari, se non i tso o peggio. E poi bisogna lavorare sulle strutture territoriali, molte delle quali sono ancora quelle dei vecchi manicomi preesistenti alla legge Basaglia».

E sul personale?

«Qui in Veneto c’è un problema di sottofinanziamenti, che noi denunciamo da anni. I professionisti che vanno in pensione non vengono sostituiti, perché il Veneto non è in grado di attrarne da fuori regione. I concorsi vengono banditi in ritardo rispetto alle necessità. E la mancanza di personale aggrava le condizioni di lavoro di chi è in servizio, con conseguenti richieste di trasferimento verso Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna. Così la presa in carico è difettosa».

Cosa intende?

«Mi riferisco a quei pazienti costretti sistematicamente a ripetere la propria storia, al variare dei componenti delle équipe. Perché magari il medico appena arrivato non è d’accordo con quanto registrato dal collega che lo aveva preceduto. È da tempo che le famiglie si sentono abbandonate».

È solo una questione di qualità del servizio?

«Anche di quantità. La carenza di personale si riscontra ovunque, ma è particolarmente marcata nelle Usl di Belluno e Rovigo, dove le visite di controllo, indispensabili per monitorare le condizioni dei pazienti, gli effetti delle terapie farmacologiche e per mantenere la relazione terapeutica, si sono diradate sempre di più. E, dalla cadenza standard di una ogni due-tre mesi, rischiano di passare alle due all’anno».

Parlando di giovani, i dati sono allarmanti, ma qual è la vostra esperienza?

«I disturbi del neurosviluppo stanno aumentando tutti: disturbi dell’attenzione, dell’alimentazione, dell’apprendimento, della comunicazione. A intercettarli sono quasi sempre gli insegnanti, che però poi stentano a trovare aiuto e cura negli ambulatori di neuropsichiatria infantile, assolutamente inadeguati per numero di professionisti di cui dispongono. Già gli psichiatri sono pochi, figuriamoci i neuropsichiatri infantili».

A scuola c’è chi lamenta un eccesso di certificazioni. È così?

«Certo ai miei tempi di tutte queste certificazioni non c’era nemmeno l’ombra. Ma, come sempre, la verità sta nel mezzo. Questi disturbi esistono e sono in aumento. Soprattutto quelli dell’attenzione, dovuti agli stimoli eccessivi: è un fenomeno ampiamente studiato».

Parla, ad esempio, di cellulari e social network?

«Ci sono genitori che usano i cellulari, con Youtube o Tiktok, come ninna nanna per i bambini, o comunque come strumento per farli stare tranquilli. Quindi, sì, social e device sono sicuramente tra i primi colpevoli».

Ogni età ha i suoi rischi: poi, crescendo, c’è il fenomeno dell’emulazione.

«E infatti l’avvento dei social ha favorito lo sviluppo di fenomeni in passato meno evidenti, come bullismo, cyberbullismo e revenge porn: talmente pericolosi che c’è persino chi si è suicidato per questo».

E la situazione con alcol e droghe?

«Drammatica. Penso soprattutto alle droghe, che spesso fanno emergere disturbi mentali di tipo psichiatrico, che magari non si sarebbero mai manifestati».

Di che età sta parlando?

«Purtroppo, già di ragazzini delle scuole medie. Ma poi ci sono fenomeni che riguardano tutti».

Tipo?

«I disturbi dell’alimentazione, con anoressia e obesità che sono esplosi. Finalmente iniziano a essere presi in carico, con un ambulatorio a Marghera e un centro a Portogruaro, per esempio. Anche qui, l’attenzione degli insegnanti deve essere massima. E poi i disturbi della post pubertà, di tipo psicotico, che insorgono intorno ai 20 anni».

Preoccupanti?
«I più gravi in assoluto, perché invalidanti».

Come si aiutano i ragazzi?

«Non sottraendoli dalla dimensione sociale. Penso ai lunghi periodi di residenzialità all’esordio dei disturbi: sono pericolosissimi. Soprattutto quando riguardano ragazzi dipendenti da sostanze. Costringono a interrompere gli studi o la formazione al lavoro: passaggi fondamentali nella vita di ciascuno».

Di salute mentale, adesso, si parla molto. Ma lei dice che non si fa ancora abbastanza.

«Per niente. Il mio è un grido di protesta. La distanza tra le normative e la realtà non è più accettabile. Bisogna cambiare. Anche nel segno di una psichiatria d’iniziativa e non più di attesa. Parliamo di diritti». 

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