Caccia al movente dell’omicidio di San Giorgio delle Pertiche: «Qualcuno doveva fargliela pagare»

Non sono ancora noti identità della vittima e movente dell’efferato omicidio. I carabinieri stanno cercando di risalire al proprietario della Fiat Bravo nera rinvenuta in un bacino del fiume Tergola con a bordo un cadavere in un sacco

 

Alice Ferretti
Uno degli pneumatici recuperati dall’auto dell’uomo (Foto Piran)
Uno degli pneumatici recuperati dall’auto dell’uomo (Foto Piran)

Chi è l’uomo che qualcuno ha cercato di far sparire nel Tergola? È questa la prima domanda alla quale dovranno rispondere i carabinieri. Un uomo senza documenti, senza ancora un nome e senza, almeno per ora, una denuncia di scomparsa che consenta di collegare quel corpo a una persona precisa.

Poi vengono tutte le altre domande: chi lo ha ucciso, dove, quando e perché. E soprattutto, perché qualcuno ha dovuto portare il cadavere fino a San Giorgio delle Pertiche e cercare di nasconderlo nell’acqua?

L’ipotesi

È da qui che parte l’indagine per omicidio dei carabinieri. L’ipotesi principale è quella di un regolamento di conti, colpi d’arma da fuoco, la morte e infine l’occultamento del corpo della vittima. Una possibilità che porta con sé un’altra domanda: chi doveva fargliela pagare? E per quale motivo?

Al momento però il movente non c’è. Non ci sono elementi che consentano di dire perché quell’uomo sia stato ucciso né chi possa averlo voluto morto. Non è ancora possibile nemmeno stabilire con certezza come sia stato assassinato.

I tempi

Anche il tempo è un elemento ancora da ricostruire. I primi rilievi hanno indicato che il corpo potrebbe essere rimasto nell’acqua per non più di 12 ore.

La morte invece sembrerebbe risalire a giorni prima del ritrovamento. Significa che l’uomo sarebbe stato ucciso altrove e che il suo corpo sarebbe stato trasportato successivamente fino al Tergola. E allora dove è stato commesso il delitto? E dove è stato portato il cadavere prima di finire in acqua?

Sono domande centrali perché il luogo del ritrovamento sembrerebbe proprio non coincidere con quello dell’omicidio. La Fiat Bravo potrebbe essere stata utilizzata soltanto nella fase finale, quella dell’occultamento.

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Qualcuno avrebbe caricato il corpo, raggiunto il bacino e poi spinto l’auto in acqua, cercando di affidare alla corrente e alla profondità il compito di farlo scomparire.

Il luogo

Ma anche la scelta di quel punto del fiume deve essere spiegata. La macchina è stata notata martedì 8 settembre alle 8.30 da un’automobilista che percorreva via Del Santo, all’altezza del civico 69.

Era a poche decine di metri dalla trafficata rotatoria di Torre di Burri. Alcuni artigiani di passaggio l’hanno vista all’alba. Non era quindi un luogo completamente isolato. Perché scegliere proprio quel bacino?

Gli investigatori stanno valutando anche la possibilità che chi ha portato lì il cadavere conoscesse le caratteristiche del Tergola.

In quella zona il livello dell’acqua era particolarmente alto per l’irrigazione dei campi. Per gli accertamenti sono state aperte le chiuse, così da far defluire l’acqua.

Non si esclude inoltre che le persone coinvolte siano arrivate da fuori provincia per sbarazzarsi del corpo.

L’auto

Poi c’è la macchina. Perché togliere le targhe? La Fiat Bravo è stata privata di entrambi i suoi elementi identificativi, ma non può diventare anonima del tutto.

I carabinieri stanno infatti cercando di risalire al proprietario e all’ultima persona che l’ha utilizzata attraverso il numero di telaio. Identificare l’auto potrebbe essere un possibile punto di partenza per arrivare alle persone coinvolte.

L’identità

Ma prima di tutto bisogna dare un nome alla vittima. È questo il passaggio decisivo. Le impronte digitali saranno utilizzate per cercare un riscontro nelle banche dati. Se l’uomo avesse precedenti penali, potrebbero consentire di arrivare al nome e al cognome e, successivamente, di ricostruire frequentazioni e contatti.

Un riscontro potrebbe inoltre arrivare dal database anagrafico nel caso in cui avesse recentemente ottenuto una carta d’identità elettronica.

Chi era, dunque, quell’uomo? Era scomparso da tempo? Qualcuno lo stava cercando? Aveva una famiglia, delle frequentazioni, dei rapporti che possano spiegare perché sia stato ucciso? Oppure la sua assenza non è ancora stata collegata alla presenza di quel corpo nel Tergola?

Le certezze

Per ora l’indagine ha un corpo, una macchina e una serie di tracce che conducono soprattutto a nuove domande. C’è la certezza del tentativo di sbarazzarsi di un cadavere. C’è un uomo morto da giorni e rimasto nell’acqua per un periodo molto più breve. C’è un’auto senza targhe, ma con un numero di telaio che può raccontarne la storia. E c’è un delitto che, secondo l’ipotesi principale, potrebbe essere maturato in un contesto di regolamento di conti.

Manca ancora la cosa più importante: un nome. E dopo quel nome dovranno arrivare il perché, il dove e il chi.

Solo ricostruendo questi passaggi sarà possibile capire che cosa è successo prima che la Fiat Bravo venisse spinta nel Tergola e si inabissasse.

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