Moschea a Venezia, il leader dei bengalesi: «Diteci dove pregare»

Il portavoce dei Giovani per l’Umanità Prince Howlader chiede un confronto trasparente al Comune sulla moschea di via Giustizia: «Meglio il dialogo che la guerra»

Marta Artico
Prince Howlade
Prince Howlade

«Siamo aperti al dialogo, lo siamo sempre stati e lo saremo sempre. Non abbiamo minacciato nessuno, abbiamo solo spiegato che una città senza bengalesi che lavorano nelle fabbriche, nei ristoranti, nelle ditte di pulizie degli hotel, nei mercati e in tantissimi altri settori, senza di noi si fermerebbe, per dare l’idea della nostra forza lavoro. Non vogliamo bloccare tutto ma se serve siamo pronti a manifestare». Prince Howlader, portavoce di Giovani per l’Umanità e leader della protesta per la moschea di via Giustizia ha le idee chiare.

Cosa intendete per manifestare?

«Far sentire la nostra voce, democraticamente. Che interessi avremmo a bloccare la città? Meglio il dialogo che la guerra, non siamo così sciocchi. A qualcuno fa comodo farci passare per persone arroganti e violente. Ma sono strumentalizzazioni».

Siete disposti a trovare una intesa con il Comune?

«Certo. Questa volta però siamo noi a chiedere trasparenza, di solito sono le istituzioni. Desideriamo solo che questo dialogo sia diretto, aperto alla cittadinanza».

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Un rendering della moschea a Mestre

C’è stato qualche contatto?

«Dal Comune hanno preso contatti con una persona vicina a me. Adesso vediamo».

Qual è il prossimo passo?

«Se il Comune ci viene incontro l’intenzione è quella di coinvolgere la città. Chiamare tutti a vedere cosa stiamo facendo, consigliarci per migliorare il progetto, per fare qualche cosa che possa essere utile alla società. Non c’è nulla di segreto. Oggi è venuta una rappresentante di Vannaci, abbiamo parlato, dialogando ci si capisce».

Cosa chiedete?

«Un’apertura sincera. Ci dicano esattamente cosa vogliono e noi da persone serie risponderemo su cosa possiamo fare subito e in futuro».

Può fare un esempio?

«Sensibilizzare le persone sulla raccolta differenziata».

In che modo?

«Siamo disposti ad andare a raccogliere le spazzature nostre e degli italiani, se serve. Lo abbiamo già fatto. Qui in via Giustizia stiamo raccogliendo la spazzatura lasciata dai tossicodipendenti in trent’anni».

Ci sono centri culturali non adeguati dove si prega in mille.

«Spazi piccoli e attrezzati servono ma con regole chiare dall’una e l’altra parte. E per deciderle serve che ci si sieda a un tavolo. Il Comune ci dia indicazioni».

Il vostro progetto cosa prevede?

«Alla preghiera sono dedicati solo mille metri quadri, il resto sono spazi ricreativi. Tre piani. È tutto tranne che faraonico».

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L’ingresso dell’ex segheria Rossi comprata dai bengalese con l’obiettivo di fare la moschea (foto Pòrcile)

C’è chi teme diffondiate l’integralismo.

«Demagogia che porta voti a qualcuno. Al contrario. Un centro serve per creare un ponte con la cittadinanza e veicolare la giusta informazione sotto il profilo dell’integrazione».

Cosa avete immaginato?

«Una sorta di guest-house dove ospitare persone che hanno perso la casa o donne vittime di violenza».

«Prima l’integrazione», dice il sindaco Venturini. Per lei cosa significa?

«Più integrazione di così non saprei. In via Giustizia due anni fa non si entrava, c’erano solo zombie con la siringa piantata sulle braccia. Abbiamo pulito e sistemato tutto. Oggi qui si prega».

L’onorevole Cisint (Lega) le ha chiesto se per lei viene prima la religione o la legge dello Stato. Cosa risponde?

«Siamo in un Paese laico e dunque viene prima la legge dello Stato. Se parliamo invece di religione viene prima la mia fede delle altre perché credo in questa».

Perché c’è tanto timore di una manifestazioni secondo lei?

«Non lo so. Abbiamo manifestato anche in passato, marciato con persone di estrema destra e con i centri sociali per la sicurezza. Abbiamo manifestato assieme ai Propal, per la mala sanità».

Quale idea si è fatto?

«Forse si teme che siccome i nostri numeri sono importanti, se scendiamo in strada nascano disordini, ma non è il nostro intento quello di bloccare tutto. Non lo abbiamo mai detto. Abbiamo solo detto che senza di noi molti settori si fermano. Ci sono aziende con il 90% di lavoratori bengalesi. Alla Fincantieri i lavoratori non hanno spogliatoi e mense adeguate: noi sacrifichiamo tempo e denaro per ottenere dei diritti in modo pacifico. Possiamo anche stare in silenzio davanti al municipio, possiamo passeggiare da Mestre a Venezia. Chi scende in strada lo fa perché vuole farsi ascoltare. Non è un ricatto. Non facciamo male a nessuno. Tutti dicono che il dritto di culto va garantito, ma poi?»

E quindi la protesta.

«Protestare non è un peccato, perché lo sciopero viene visto come una minaccia? I diritti sono stati acquisiti manifestando, facendosi sentire pacificamente, come è già stato fatto, non è una vergogna. Casomai altri sono i problemi».

Quali?

«Il sovraffollamento nei nostri appartamenti. Ferrovie ha costruito case per i dipendenti, Enel anche. Perché Fincantieri no?»

Un messaggio a Venturini?

«Riunisca i suoi, noi siamo disposti a parlare tutti assieme. Ma in trasparenza e informando la cittadinanza».

 

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