Le stelle, i sovrani, il lusso: tutta la storia dell’Hotel Des Bains al Lido

Dalla Belle Époque a Thomas Mann, da Hitler a Visconti e Liz Taylor: la storia dell’Hotel Des Bains, simbolo del Lido di Venezia. Dopo anni di abbandono, lo storico albergo si prepara a rinascere

Filippo Tosatto
Hotel Des Bains, storia e mito del gioiello del Lido di Venezia
Hotel Des Bains, storia e mito del gioiello del Lido di Venezia

Figlio del secolo. Corre il 5 luglio del 1900 quando il Lido di Venezia, meta apprezzata in ogni parte d’Europa, inaugura con grande sfarzo un albergo in sobrio stile accademico, destinato a spiccare tra i simboli della Belle Époque.

I fratelli Raffaello e Francesco Marsich, ingegneri di origine friulana, progettano l’Hotel des Bains su committenza dell’Anonima Commerciale Bagni; il nome è un tributo agli impianti balneari dell’isola (premiati all’Esposizione nazionale di Torino, 1884), declinato nella lingua internazionale dell’eleganza e del turismo di lusso.

Aristocrazia e Nobel

Il complesso liberty conta un corpo centrale a sei piani e due ali laterali a cinque, immersi nel parco ricavato da un bosco secolare, alimentato da molteplici varietà di piante, l’argine naturale della spiaggia riservata all’aristocrazia e ai ricchi borghesi, accolti alla stazione ferroviaria di Santa Lucia dalla linea di vaporetti intitolata alla regina Margherita.

Giardini e terrazze, capanne e verande, tende immacolate e argenteria, sete svolazzanti nelle passeggiate lungo la battigia. E servizi all’avanguardia con sistema elettrico, telefoni, ascensori, toilette private, frigoriferi. Thomas Mann, scrittore Premio Nobel, vi soggiorna spesso e nel 1912 elegge l’atmosfera e i villeggianti a scenario de “La Morte a Venezia”, il suo capolavoro.

Negli anni Venti – rivisitato nella facciata dagli architetti Sicher e De Luigi – il Des Bains assume l’aspetto attuale aprendo la sala della prima colazione e il gran ristorante, decorato con stucchi bianchi e dorature. I clienti d’affezione? Magnati americani, nobiltà britannica, junker tedeschi, artisti cosmopoliti.

Luogo d’addii

Il coreografo Sergej Pavlovič Djagilev, fondatore della compagnia dei Balletti Russi, stremato dalle complicanze del diabete, vi trascorre gli ultimi giorni, assistito dall’amica Coco Chanel che nel 1929 curerà le esequie ortodosse nel cimitero monumentale di San Michele.

Nel 1932 è il turno del pubblico d’élite ammesso alla Mostra del Cinema nel vicino Excelsior – un inedito mondiale – e un paio d’anni dopo (13-14 giugno), l’hotel accoglie Adolf Hitler, al primo viaggio ufficiale in Italia. Atterrato al Nicelli, scalo dell’isola con pista in erba, il Führer è accolto da un diffidente Benito Mussolini: i colloqui, condotti in un salotto Beaux Arts presidiato dalle camicie nere, deludono le attese ma l’ospite mostra di apprezzare le proposte vegetariane degli chef.

Diplomazie e arti varie

Statisti in vacanza, veglioni e teste coronate (dallo scià di Persia Reza Pahlevi al re Farouk d’Egitto) prima dell’irruzione delle stelle hollywoodiane nelle feste alla moda organizzate negli anni ‘50 dalla giornalista americana Elsa Maxwell, l’amica di Rita Hayworth e di Maria Callas.

Capitani d’impresa anche, in primis Henry Ford, il pioniere dell’auto, che persuade il conte Giuseppe Volpi di Misurata ad allestire un campo da golf tra i prati e le dune degli Alberoni.

Thomas e Luchino

Ma è ancora la suggestione di Mann a rubare la scena. Perché nel 1971 Luchino Visconti porta sul grande schermo Morte a Venezia e ambienta la pellicola fra la spiaggia e i saloni dell’albergo, trasformati in location per narrare l’ossessione amorosa del maturo compositore Gustav von Aschenbach (interpretato da Dirk Bogarde), attratto dalla bellezza efebica del giovane Tadzio, indifferente alla propria malattia e all’epidemia di colera che incombe sulla città.

Un capolavoro, metafora dell’età fascinosa e decadente che precede la Grande guerra, scolpito nella memoria dell’albergo che al maestro dedica la celebre sala a pianta ottagonale risalente al 1905, con il ballatoio d’affaccio, la balaustra in ferro battuto, l’imponente lampadario in vetro di Murano di Barovier & Toso.

Film e drammi

Dall’estetismo malinconico di Visconti al dramma sentimentale di Anthony Minghella, che nel 1996 sbarca al Lido e gira alcune scene de “Il paziente inglese” negli interni d’epoca.

Arredi in legno, piante e fiori, tavoli rifiniti in marmo e ornamenti artigianali prescelti a rappresentare l’esotico Shepheards Hotel del Cairo: l’anno successivo il film conquisterà nove Oscar, inclusa la statuetta riservata alla migliore scenografia. È lo stile amato da Liz Taylor, tra grandi tappeti persiani e carte da parati inconfondibili; è la dolce vita con cocktail e sguardo sul mare che tanto attrae Robert De Niro.

Non solo glamour, però: nel corso del tempo quelle pareti pastello hanno conosciuto incendi e invasione nazista, mine e mareggiate distruttive, fino ai passaggi di proprietà, allo spauracchio della riconversione in appartamenti di lusso, alla mesta chiusura che si protrae dal 2010, intervallata appena da un paio di eventi espositivi.

Ma ora la storia recente d’abbandono può essere riscritta, il mito risvegliato, la ferita sanata. Provaci ancora, des Bains.

 

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